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Mario Petrucciani
Quasimodo Ermetico

Come si leggeva una volta nei romanzi d'appendice, sembra che il destino cinico e baro si accanisca malignamente a creare talora trabocchetti e malintesi intorno alla figura di Salvatore Quasimodo.
Per molto tempo il giudizio su Quasimodo e' stato condizionato e come anchilosato da uno schema di comodo. La critica, non sempre di prima fila, quella critica che talvolta si rivela una signora un po' pigra e procede per schemi, per tagli cronologici e per cartellini segnaletici, e' stata lungamente incline a classificare un primo Quasimodo, poeta ermetico dai suoi esordi fino al 1945, e un secondo Quasimodo dopo il 1945 teorizzatore e capofila della letteratura della Resistenza, della letteratura impegnata, della poesia neorealista, politica, sociale e della cronaca.
Un particolare curioso e che molti dei travisamenti e delle notizie non vere sul poeta risalgono proprio a Salvatore Quasimodo. Ad esempio a proposito del suo luogo di nascita - come e' stato ricordato, quando nel 1965, lui vivo, Mondadori pubblico il primo "Oscar" di Tutte le poesie, volle che fosse indicato in Siracusa invece che a Modica.
Oscar Wilde, andando contro la timorata pedagogia corrente, aveva scritto: "Se c'e' una cosa alla quale proprio mi e impossibile resistere, questa e la tentazione". Ebbene, anche Quasimodo, come del resto tanti scrittori, non ha resistito alla tentazione di dare di se' una immagine nobile, fascinosa, idealizzata, da lasciare ai posteri (il piu tardi possibile, naturalmente). Non per nulla, nelle lettere alle sue donne, si firmava addirittura Virgilio.
E cosi per molto tempo Quasimodo ha accettato di buon grado che lo si situasse sul versante che in quella fase storica era considerato piu' nobile, piu' avanzato, piu prestigioso della ricerca poetica in Italia, cioe' tra gli ermetici. Infatti ancora oggi, in certi manuali, Quasimodo si trova nel capitolo sull'Ermetismo. Ma, dopo questo preambolo, non e possibile non dare, anzi si deve dare a Quasimodo ermetico una valenza, almeno in certa misura, problematica. Per la buona ragione che questa problematicita' e in re, cioe nei testi, ai quali frequentemente ricorreremo, chiedendo anticipatamente scusa di qualche indugio analitico. Dobbiamo anche avvertire che non inventiamo nulla e che ci limitiamo a calamitare qui alcuni dati per riferire semplicemente sullo status quaestionis.
E' vero che per il suo insolito linguaggio, denso di ardue, impalpabili suggestioni la poesia di Quasimodo, sin dai suoi inizi ufficiali in volume, acque e terre, attrasse subito l'interesse e l'attesa della critica.
E' stato detto che in questo periodo, e fino alla guerra, il lavoro di Quasimodo si svolge, sia pure con forte originalita' di ideazione e di esecuzione, nell'aura poetica dell'Ermetismo che celebro' i suoi trionfi proprio nel decennio 1930-1940: quell'Ermetismo che si nutriva abbondantemente dell'insegnamento simbolista riconoscendo i suoi piu' autorevoli maestri in Mallarme' e Valery.
Una volta Mallarme' aveva scritto: "Nominare un oggetto significa distruggere i tre quarti della gioia della poesia che e fatta del dono di indovinare a poco a poco".
Traduciamo indovinare, ma veramente Mallarme' dice che la poesia e fatta del dono di "devinée", cioe non indovinare, ma divinare, divinare a poco a poco. "Suggerire l'oggetto", afferma Mallarme', "ecco il segreto".
In questa breve frase e racchiuso il principio del Simbolismo e dell'Ermetismo, cioe la categoria del simbolo che non descrive, non dichiara, ma suggerisce, allude, evoca. Ne discende il principio dell'oscurita' della poesia.
Valery ha scritto: "I miei versi hanno il senso che ognuno dei lettori presta ad essi". Anche in questa piccola frase si puo' trovare il principio dell'ambiguita', il principio della cosiddetta polivalenza del testo, la legittima pluralita' delle interpretazioni, e, come qualcuno ha detto, delle mistificazioni.
L'Ermetismo, nel decennio 30-40, esibisce questo gusto raffinato e aristocratico, predilige le atmosfere allusive e ambigue, l'espressione non comune, la parola difficile o addirittura oscura per metafora, analogia. Poesia come illuminazione (Rimbaud), rivelazione, decifrazione dell'ineffabile, dell'assoluto. Si e teorizzata una poetica della parola. Cioe' la riaffermazione del valore del lemma singolo di fronte alla frase o al periodo. Se dunque nella poesia della tradizione i singoli elementi costruttivi sono subordinati alla organatura complessiva della frase, ora l'attenzione prevalente e fissata sulla parola: una parola divenuta prisma del fantasma, liberata da ogni funzione puramente denotativa e descrittiva, librata nel terso clima dell'assolutezza.
"Poetica della parola", come si sa, e espressione di Oreste Macri'. E' il titolo del lungo ed importante saggio introduttivo a Poesie di Quasimodo, edizione Primi Piani, successivamente estesa ad altri poeti e a tutta la teoria e la prassi sull'Ermetismo.
Ma e vero tutto questo?
Anzitutto non e esatto affermare che gli esordi di Quasimodo sono in Acque e terre, 1930; c'e dell'altro: i versi usciti a Messina di "quel ragazzo". Ma si puo' compiere una ricognizione a ritroso, si puo' risalire addirittura a tredici anni prima, quando sulla "Italia Futurista" di Firenze, anno 1917, fascicolo 2, pag. 31, troviamo una tavola parolibera, insomma una poesia di parole in liberta', intitolata un po' banalmente Sera d'estate firmata un po' burocraticamente "Quasimodo Salvatore Futurista".
La poesia non e un granche', Quasimodo in seguito fece capire di averla quasi dimenticata, cercando in qualche modo di occultarla.
Che c'e di male? Ci mancherebbe altro che la critica si mettesse a demonizzare un giovanotto di sedici anni che vuole soltanto - e legittimamente - uscire dall'anonimato, e guarda, come molti guardavano in quegli anni, a Firenze.

Apriamo ora Acque e terre, 1930, Antico inverno:



Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
cosi le parole

[...]

Neve, inverno. Anche gli uccelli sono diventati di neve, come per miracolo: e' questa una metamorfosi, che ricorda Ovidio, Virgilio, lo stesso Quasimodo nella poesia Specchio: "E tutto mi sa di miracolo". "Cosi' le parole", quindi problema della parola, quasi una sortita di metalinguaggio. Ma interessa di piu la prima strofe: c'e' una atmosfera realizzata secondo la costruzione nominale e giocata su una scomposizione del tempo, direbbe Poulet. Ma non ci soffermiamo su questi dettagli: se esaminiamo l'imagery, il sistema di immagini, e ne pratichiamo lo smontaggio per identificarne modelli e funzioni, ecco che quella "penombra", quelle "mani", quel "rovere" nel freddo dell'inverno, quelle "rose" ci riportano direttamente a D'Annunzio, alle cadenze un po' sfatte del paradisiaco.

Gabriele D'Annunzio: Poema Paradisiaco, Le mani:

Le mani de le donne che incontrammo
una volta, e nel sogno, e ne la vita:
oh quelle mani, Anima, quelle dita

[...]

Fredde talune, fredde come cose
morte, di gelo (tutto era perduto);
o tepide, e parean come un velluto
che vivesse, parean come le rose:

[...]

Molti elementi di questa poesia si ritrovano anche in quella di Quasimodo, in un gioco semantico quasi parallelo: ci sono mani femminili, "fredde", e ci sovviene l'inverno, la neve; dunque mani "fredde come cose morte, di gelo", come nell'Antico inverno quasimodiano mani che sanno di morte. Oppure ancora mani "tepide", vellutate, che sembrano "rose"; proprio come le mani di cui ci parla Quasimodo che sanno "di rovere e di rose". Ma quest'ultima immagine si sviluppa "nella penombra della fiamma", (davanti al caminetto?), in una atmosfera decadente, in un clima di raffinato erotismo. Nel baluginio della fiamma si intravede forse una danza sensuale, che fa scaturire desideri, e innanzi tutto il "desiderio delle tue mani chiare". Ma questo e' Mallarme'.
Nei versi infatti che Mallarme' dedica a Debora (la quale forse e una controfigura di Erodiade), guarda caso, c'e' la neve, c'e' l'inverno, c'e' Debora che danza davanti alla fiamma, sfogliando, ahime', proprio le rose.
Dunque dietro la scenografia di D'Annunzio c'e' un altro fondale, Mallarme'.

Dalla poesia I morti:

Mi parve s'aprissero voci,
che labbra cercassero acque,
che mani s'alzassero a cieli.

Che cieli! Piu' bianchi dei morti
che sempre mi destano piano;
i piedi hanno scalzi, non vanno lontano.

[...]

Il marchio pascoliano qui e chiaro, tanto chiaro che quando Camon, in quelle interviste che faceva agli scrittori, con una domanda un po' cattiva chiese a Quasimodo: "Senta Quasimodo, che cosa c'e' di pascoliano nella sua poesia?", lui s'arrabbio e rispose seccamente: "Un punto esclamativo nella poesia I morti". Ma c'e' dell'altro.

Leggiamo la poesia Nessuno:

Io sono forse un fanciullo
che ha paura dei morti,
ma che la morte chiama
perche' lo sciolga da tutte le creature:
i bambini, l'albero, gli insetti;
da ogni cosa che ha cuore di tristezza.

Perche' non ha piu doni
e le strade son buie,
e piu non c'e' nessuno
che sappia farlo piangere
vicino a te, Signore.

Anche questo ci ricorda qualcosa. Ci riporta a Corazzini, "il fanciullo", alla Desolazione del povero poeta sentimentale:

[ ...]

Mi sembro di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto

[...]

e Quasimodo:

perche' non ha piu doni
e le strade sono buie
e piu non c'e' nessuno

[...]

Se esaminiamo soprattutto la seconda strofe di Nessuno possiamo scorgere la stessa regressione a bambino, la stessa voglia di pianto, la stessa preghiera a Dio, l'analoga invocazione alla morte, l'analogo vittimismo smaccato, anzi masochistico del bambino Corazzini.
Ancora altri pochissimi versi: si legga Terra:

Notte, serene ombre,
culla d'aria,
[...]
m'e' dentro il male vostro che mi scava.

E' facile riconoscere una eco ungarettiana: oltre alla stessa organizzazione sintattica, "Decrescente luna, Piuma di cielo"; "Morte, arido fiume") c'e' anche una parola famosa di Ungaretti:

[...]
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata e' nella mia vita
come un abisso

Come si puo notare, non abbiamo usato i testi della giovanile e un po' inesperta prima edizione del 1930, ma ci siamo valsi di una lezione delle edizioni successive e definitive, quelle cioe che Quasimodo ha energicamente potato dei dannunzianismi, pascolismi, ungarettismi, govonismi, etc., dove pero questi filoni della formazione giovanile, nonostante le successive accurate raschiature, traspaiono ugualmente, vistosamente. Da questi testi cosa si dimostra, o meglio, cosa si conferma?
1) che il giovane Quasimodo, come e' naturale, guarda ad alcuni modelli della poesia italiana (e straniera) allora piu accreditata, sulla linea maggiore degli ultimi decenni, dal Decadentismo fino agli anni Venti, circa;
2) che in questo quadro abbastanza risaputo riesce pero ad affermare nel linguaggio una sua personalita';
3) che questa personalita', questo linguaggio non hanno connotati cosi' manifestamente ermetici da poter essere etichettati, appunto, Ermetici.

Adesso apriamo Oboe sommerso, 1932. Sono passati solo due anni, pero' il salto e grosso, sin dal titolo: naturalistico - descrittivo il primo, allusivo - simbolico il secondo.
Girando la pagina del frontespizio, troviamo la prima poesia del volume. La posizione della prima poesia in un volume non e certo casuale, e' una dichiarazione d'intenti, un prologo, magari una sintesi dottrinale: anche questa poesia ha per titolo Oboe sommerso, insomma richiede, anzi pretende il massimo di attenzione.
Anzitutto, proprio dal titolo, e' cambiata la musica: nell'orchestra ora si privilegia uno strumento da intenditori, da iniziati. Infatti, nel dopoguerra, quando la musica bruscamente cambiera' ancora, uno scrittore paradigmatico della letteratura dell'impegno, Franco Matacotta, sembra quasi aver risposto a Quasimodo intitolando un suo libro Fisarmonica rossa: si badi all'aggettivo, ma ancor piu al sostantivo: dall'oboe siamo passati di colpo allo strumento popolare delle periferie urbane, delle aie, delle balere. Per giunta l'oboe di Quasimodo e' anche sommerso, dunque immerso profondamente nella complessa macrostruttura simbolica dell'acqua, da Valery (il Cimitero marino, anche se stava su un colle) al Porto non sommerso ma sepolto di Ungaretti, all'Ulisse di Seferis che non corre con la sua nave a pelo dell'acqua, ma batte dolorosamente le sassose, oscure strade del fondo, sommerso, del mare.

Oboe sommerso

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.

Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;

in me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,
e i giorni una maceria.

Numerosissimi sono i rilievi formali possibili, ci soffermiamo un poco sul primo verso, poiche' anche il primo verso e un segnale molto marcato del senso di un testo, come la prima frase di un romanzo.

Avara pena, tarda il tuo dono

Questa "pena" a principio di verso e' avara e a fine verso fa doni, e' prodiga: dunque siamo in presenza di una antitesi (anche se, beninteso, l'antitesi non e un connotato specifico dell'Ermetismo). "Tarda": e' un indicativo oppure un imperativo? si tratta di una constatazione o di una preghiera?: dunque ambiguita'. "Gelido": e' un aggettivo che ricorre nel Quasimodo di questi anni (cfr. L'Angelo). Versi 7-9:

in me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose

C'e una densa compenetrazione e concentrazione di analogie e di metafore.

"Fioco cielo": una sinestesia, ovvro lo slittamento di piani sensoriali. Ricordiamo il dantesco "venni in loco d'ogni luce muto" (Inf, V, 28)
"I giorni una maceria": e' una identificazione analogica.
Al verso 12 troviamo una parola rara: "gerbido". Non e solo una parola rara, ma anche lievemente vaga, precisa e insieme sfuggente, allusiva e simbolica.
Ma che cosa vuol dire veramente "gerbido"? Cerchiamo nel vocabolario.
Zingarelli: 'cyperum, giunco'. Nel Petrocchi non c'e. Forse e' un terreno brullo, ma situato dove? Nel
Devoto-Oli invece: 'di un terreno che presenti l'aspetto di brughiera (da una base mediterranea gerba)'. Nel Garzanti infatti: 'terreno incolto e brullo simile alla brughiera. Voce settentrionale'. Tornando al Devoto-Oli, alla voce gerba troviamo: 'nome toscano di una specie di carice'. Alla voce carice e' scritto: 'genere di piante ciperacee [...] palustri'.
Insomma e una pianta o un terreno incolto? Parola settentrionale o mediterranea?
Per fortuna possiamo sempre ricorrere al grande Dizionario Battaglia, alla voce gerbido: 's.m. terreno [...] brullo e scarsamente coltivato (ed e termine proprio del Piemonte). Pavese: C'era stato un tempo che i signori, i padroni di tenuta, lasciavano in gerbido una parte dei beni per andarci a caccia'. Pero puo essere anche aggettivo e come tale e' usato da Sbarbaro e da Calvino.
E sempre il Battaglia, per gerbo, s.m., ci da da' una parte 'smorfia, moina', da un'altra 'canguro'. Incredibile.
Dunque l'ambiguita' di questa parola e profonda e si dilata nel contesto della poesia quasimodiana. Da cio' si vuole dimostrare o, meglio, confermare che due anni dopo Acque e terre Quasimodo pratica, in modi abbastanza sofisticati, gusti e tecniche della scrittura ermetica e, prima, della scrittura simbolista. Pratica la poetica della parola ermetica.
Si e parlato di nominalismo. Cosa vuol dire?
Nella parola di Quasimodo si esaurisce tutto l'oggetto: la "res" si e' trasformata nel "logos", e il "logos" vale esattamente la "res". Si verifica, insomma, una metamorfosi nominalistica.

Scrive Macri' (ne La poetica della parola e Salvatore Quasimodo, saggio introduttivo a Poesie, Milano, edizione Primi Piani, 1938; poi in Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, Firenze, Vallecchi, 1941): "La parola e' l'elemento base della tecnica quasimodiana, il principio di valore cosciente, il desideratum finale, il significato catartico in cui si vuole essenzializzare e risolvere e puntualizzare tutta l'interna corrente della ispirazione e del pathos". Insomma la parola e' tutto.
Saremmo propensi ad ipotizzare una sorta di "ontologia della parola": ma anche questo, in fondo, risale al maggiore artista-teorico del Simbolismo, Mallarme', quando discorreva della poesia come etre, un Essere che potremo anche scrivere con la lettera maiuscola.
Entro tale costellazione si muove in quegli anni l'orbita, in ascesa crescente, di Salvatore Quasimodo. Dopo Oboe sommerso, seguono infatti Odore di eucaliptus ed altri versi (1933), Erato e Apollion (1936), Poesie (1938). Non solo: come Genot ("Revue des etudes italiennes" n.3-4, 1969) ha potuto meticolosamente verificare attraverso l'esame delle varianti di Acque e terre dalla edizione 1930 alla edizione definitiva, Quasimodo ha adoperato non pochi accorgimenti, soppressione di intere poesie e sostituzioni lessicali, metriche, semantiche, di punteggiatura, per far rifluire entro la stessa costellazione dell'Ermetismo anche i componimenti scritti precedentemente a Oboe sommerso.
Intanto il poeta aveva anche affrontato la traduzione dei maggiori lirici greci, iniziando cosi la sua meritata fortuna di interprete modernissimo dei classici dell'antichita': Lirici Greci, la prima edizione, di "Corrente", e' del 1940. Aspetto sul quale non ci soffermiamo dopo quanto e' stato splendidamente accertato nel Convegno Siracusa-Modica 1973 da Marcello Gigante, che ha anche svelato, come meglio non si poteva, le contaminazioni ("non si tratta di calchi", sostenne allora con fermezza) tra le vene classiche, piu o meno sotterranee, e i testi del Quasimodo poeta in proprio.
Ma siamo ormai alla guerra. Nel 1942, accolto finalmente nel Pantheon di Mondadori, Quasimodo pubblica un libro di poesie, edite e non, con il titolo famoso Ed e subito sera.
In questo libro c'e una sezione che porta l'etichetta di Nuove Poesie: apriamo alla prima pagina di questa sezione, leggiamo la prima poesia, quella, abbiamo osservato, piu' programmatica, piu' marcata di senso: Ride la gazza, nera sugli aranci.

Forse e un segno vero della vita:

"Forse", e' ancora un residuo di insicurezza, un margine di perplessita', ma gli altri due segni sono molto sbalzati, sono inequivocabili: "vero" cioe' la verita', la realta'; "vita", ovvero il flusso vitale, ancora la realta'.
Al verso 9 troviamo: "ora, destatevi" E' un imperativo, un risveglio. Un risveglio anche metrico, una riconquista, infatti, dell'endecasillabo, abbastanza cantato: in prevalenza un endecasillabo a maiore, quindi ritmicamente molto slanciato.
Certo, qua e la', emergono in queste poesie lasciti ermetici, ma leggiamo il verso 12 e i seguenti:

E tu vento del sud forte di zagare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d'orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:

[...]

Certo ci troviamo in uno scenario abbastanza diverso da quello di Oboe sommerso. Quanti segni della vita: "sud", "zagare", "vento", "fanciulli", "puledri", "alberi"; anche se di una vita favolosa: questo vento che spinge la luna, apre il mare. Quanti sdruccioli: "zagare", "dormono", "umidi", "nuvole", "alberi"; sdruccioli che danno un ritmo ascendente, lievitante, di slancio, di spinta anche sessuale: "umidi d'orme di cavalle".
Un'altra composizione della serie Nuove Poesie: Davanti al simulacro d'Ilaria del Carretto.
Sotto tenera luna gia' i tuoi colli,

ancora una ripresa dell'endecasillabo a maiore, un richiamo, un risveglio della linea alta della nostra tradizione lirica che ci ricorda Leopardi, quel suo paesaggio, quella memorabile musica scandita e struggente.
Una svolta? I sintomi sono troppi: sembra difficile negarla. Del resto 1'8 settembre 1943, il 25 aprile 1945, la sconfitta del nazismo, la fine dell'incubo della seconda guerra mondiale sono alle porte.
Qualcuno ha insinuato: una scelta opportunistica. Un solo esempio: dal mito della Sicilia, antichissima terra degli aranci, Eden perduto, alla protesta meridionalista di Lamento per il Sud . Come avvenne nel decennio precedente per l'Ermetismo, anche adesso Quasimodo accetta di buon grado di essere iscritto alla pattuglia della poesia engagée. Anzi, ambisce ad esserne il precursore, il banditore, il corifeo. Ancorandosi alla data che fa da spartiacque tra le due epoche, nel celebre Discorso sulla poesia, Quasimodo scrivera': "La poesia e' l'uomo", come se fino ad allora non lo fosse stata, e infatti istruira', quasi con sdegnata veemenza, un processo alla poesia ermetica, imputata con ignominia di essere stata senz'anima, elitaria e assente.
Ricordera' che appunto nel 1945 si impose la ricerca di un nuovo linguaggio, sociale, corale, perche' la poesia non si identifica soltanto con la lirica.
Su questo piano attacchera' senza troppi riguardi persino i suoi amici della roccaforte fiorentina dell'Ermetismo, colpevoli di aver giurato fedelta' alla storia della poesia come "storia delle forme". Contro le eleganze, le volute preziose e flessuose di un tempo, e che erano state anche le sue, arrivera' nientemeno a difendere il cosiddetto "stile da traduzione" che, nel boom delle traduzioni da lingue straniere da cui fummo invasi nel dopoguerra, significava uno stile di grana un po' grossa, frettoloso, approssimativo, che non aveva la precisione semantica, la pulizia linguistica dell'originale.
Ma forse e' meglio a questo punto ascoltare Quasimodo in diretta:

"Nel 1945 s'insinua il silenzio nella scuola ermetica, nell'estremo antro pastorale fiorentino di fonemi metrici [...]. La 'storia delle forme come storia della parola' non esaurisce, poi, anche quando fosse compiuta, la storia dei poeti [...]. La poesia e l'uomo [...] . La ricerca d'un nuovo linguaggio coincide, questa volta, con una ricerca impetuosa dell'uomo [...]. Un nuovo linguaggio poetico [. . .] presuppone una violenza estrema. La critica formalistica dinanzi ai documenti poetici della nuova generazione, parla di 'stile da traduzione' [...]. Lo 'stile da traduzione' puo sorprendere chi e' abituato al movimento unico della lirica; ma inizia un discorso insolito nella poesia italiana, rompe per sempre gli accostamenti armoniosi con le Arcadie [...]. La poesia della nuova generazione, che chiameremo sociale, aspira al dialogo piu che al monologo, [...] e' di natura corale, nella sua specie; scorre per larghi ritmi, parla del mondo reale con parole comuni".
Cosi' la stagione ermetica di Quasimodo, e non solo la sua, si e' chiusa. E si e' chiusa anche la sbarra di confine del territorio di cui gli illustri e gentili amici mi hanno affidato la ricognizione. Ma le cose non sono cosi semplici.

Per comprendere meglio occorrerebbe scavalcare la sbarra, il 1942 o il 1945, inoltrarsi nei sentieri che il poeta ha percorso, e che il saggista (occupandosi anche di Dante) ha seguito fino alla sua morte, 1968.
Ma la sbarra e' li'. E allora, per comprendere meglio cosa e successo, c'e' un'altra strada: volgersi indietro, risalire a ritroso, scrutare piu' attentamente le tappe, i testi, del cosiddetto Quasimodo "ermetico".
Sintetizzando affrontiamo due ordini di riflessioni che in definitiva, pero', si inglobano e si compenetrano. Primo ordine di riflessioni. 1942: e stato detto che con la sezione Nuove Poesie del volume Ed e subito sera, Quasimodo, cioe' proprio il poeta che piu' di Ungaretti, piu' di Montale, aveva portato ai traguardi estremi le tecniche della scrittura ermetica, la poetica della parola o addirittura la lirica di evasione, proprio Quasimodo doveva ora, essere colto da una sorta di fastidio, o meglio di dubbio, sulla validita' e sulla vitalita' dell'itinerario da lui fino ad allora seguito.
Dubbio, o forse sazieta', o forse anche stanchezza, come del resto si ricava non da rilievi critici, ma da una chiarificatrice, sgomenta confessione dello stesso poeta, di qualche anno dopo:

[...] Le parole ci stancano,
risalgono da un'acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore...

(Forse il cuore, in Giorno dopo giorno)

C'e' in questi versi la condanna del nominalismo, I'urgenza di ritrovare la parola non in un'acqua inaridita, disseccata, ma sul tracciato interiore della coscienza, appunto del cuore.
Ovviamente questo dubbio, questa sfiducia, o denuncia della parola come padrona dispotica che rende suo servo il poeta, della parola falsa, fatua, mistificatrice, portatrice d'inganni, non e' fenomeno nuovo nella letteratura. Senza scomodare Shakespeare, "Words, words!", la famosa battuta di Amleto, ma restando nel giro di quegli anni e di quella poetica, ecco Ungaretti:

Ho popolato di nomi il silenzio.
Ho fatto a pezzi cuore e mente
Per cadere in servitu' di parole?

Montale, non molto benevolo verso gli studenti:

Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, [...]
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.

(La Pieta')

E Quasimodo? Ma se, come ci proponevamo, facciamo il cammino a ritroso, ben prima del 1942 ci imbattiamo in un testo dove si ha il primo e magari timido annuncio di quel dubbio, di quella denuncia contro la poetica della parola. Ricordate?

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
cosi' le parole.

Cosi' le parole. Metamorfosi nominalistica. Ebbene, anche la donna, una bellissima donna nuda, sconta analogo destino. Nella composizione intitolata appunto Parola, il poeta - dopo aver evocato la figura femminile con linee di una classica e tuttavia morbida scultura - avverte nei due versi finali, con una cadenza sconsolata, la pungente amarezza della predestinazione nominalistica:

Ma se ti prendo, ecco,
Parola tu pure mi sei, e tristezza.

Ora, dove si legge questa poesia Parola, questa iniziale incrinatura, lo spunto emergente di una - sia pure sommessa - abiura della poetica della parola? Si legge, dieci anni prima del '42 proprio nel volume del 1932 Oboe sommerso, ritenuto comunemente il documento di piu' rigorosa osservanza della poetica della parola, di un Quasimodo ortodosso adepto, e anzi autorevolissimo gran sacerdote del Santuario dell'Ermetismo. Poco appresso il poeta scrivera':

Il tuo dono tremendo
di parole, Signore,
sconto assiduamente.

(Al tuo lume naufrago, in Erato ed Apollion)

Secondo ordine di riflessioni, conclusivo.
Occorre ancora un incontro, di tipo piu ravvicinato, con il gruppo cruciale delle Nuove Poesie che dal laboratorio delle geometrie un po' gelide e monologanti dell'Ermetismo si incurvano gia' verso il dialogo, l'ideologia neorealista. 1942 e' la data: ma si sa che una raccolta di versi non riunisce soltanto il lavoro degli ultimi mesi. Infatti.
Alcune di queste poesie "nuove" sono state composte nel 1942, altre nel 1941, alcune nel 1940, nel 1939, nel 1938. Gia', ma nel 1938 Quasimodo ha dato alle stampe il volume delle edizioni milanesi di Primi Piani, quello che reca la fondamentale introduzione di Macri'. Riapriamo questo volume e prepariamoci ad un piccola sorpresa: anche qui c'e' una sezione contrassegnata con il medesimo titolo di Nuove Poesie. E anche qui vale la constatazione sopra richiamata. Si tratta, infatti, di versi composti nel 1938, ma anche precedentemente: 1937, 1936. Del resto lo stesso Quasimodo, nelle edizioni definitive, volle che fosse esplicito, per tutto il gruppo Nuove Poesie, la datazione 1936-1942.
Guardiamo meglio. Si, e' vero: nella edizione del 1938 questo mazzetto di poesie "nuove" e' abbastanza esiguo: soltanto sette, mentre nelle edizioni successive diventeranno quasi il triplo. Non solo, ma qui lo stacco di linguaggio con l'Ermetismo di Oboe sommerso e di Erato ed Apollion e' meno visibile, meno netto. Va bene, ma e' anche vero che in questa edizione 1938 le Nuove Poesie sono collocate in apertura, precedono cioe la traduzione da Saffo, precedono Acque e terre, precedono Oboe sommerso. Non e' lecito dubitare che l'autore, dando loro una posizione architettonica assolutamente privilegiata, abbia voluto deliberatamente - nonostante lo scarso numero - caricarle di una funzione preminente: progetto, ma nel contempo dimostrazione del nuovo corso gia' in atto.

Allora la domanda e': in quanti anni si puo misurare l'arco del Quasimodo ermetico ortodosso? Scansando un computo pedestremente aritmetico, si potrebbe rispondere che l'arco comunque si accorcia di molto, potrebbe andare dal tempo immediatamente successivo a Acque e terre, quando il poeta comincia a preparare Oboe sommerso, cioe dal 1930 circa, al 1936-38, approssimativamente. Grosso modo sei-otto anni. Michele Tondo dice addirittura cinque, al massimo sei. Cioe meno di un quinto di quel mezzo secolo in cui Quasimodo ha esercitato il mestiere di poeta, un poeta che la manualistica corrente si ostina tuttavia a posteggiare nel capitolo sull'Ermetismo.
Altra domanda: ma insomma si puo datare la cosiddetta svolta di Quasimodo?
Questo e' probabilmente il nodo piu' problematico. Potremmo rispondere, a nostra volta, con una domanda: ma insomma e' legittimo, e poi davvero obbligatorio parlare di svolta? Se mai ci sia stata una correzione di rotta e' chiaro che essa e' non soltanto graduale, ma lenta, al principio forse (come dice Quasimodo "forse e' un segno vero della vita") insicura e perplessa, tanto da far registrare mescolanze, ritorni, anche ristagni. Ma soprattutto, nell'inchiesta su questo nodo problematico, va preliminarmente considerata una costante basilare cui basta appena accennare tanto e' macroscopica, e cioe: se il Quasimodo di strettissima osservanza alla ontologia della parola si puo calcolare in pochi anni, sta di fatto pero che - salvo qualche parentesi, magari non brevissima - egli non e mai uscito completamente dalla dimensione scritturale dell'Ermetismo (e cio' potrebbe giustificare i manuali), sia pure dissimulandone e stemperandone i piu spigolosi rigori. E quindi, benche' certamente sottratte alla canonizzazione precettistica di un tempo e immesse in un circuito formale piu libero e arioso, non c'e dubbio che talune acquisizioni del linguaggio ermetico, peraltro assimilate in una piu larga coine' - in primo piano il criterio della essenzialita' e poi uno scatto metaforico piu sapiente - abbiano accompagnato Quasimodo lungo tutta la sua carriera dopo il '45. Queste acquisizioni ermetiche egli non le ha mai dimenticate, ne' abiurate, nonostante le roventi invettive contro gli amici, o ex-amici, fiorentini.
Se si bada alle testimonianze d'epoca (non quelle costruite a posteriori) non lo si trova, infatti, tra i clienti fissi seduti intorno a tavolini delle Giubbe Rosse. E tra le testimonianze c'e' quella di un protagonista che per intelligenza teorica, originalita' critica, presenza nella cronaca e' la piu attendibile.
Alla morte di Quasimodo, nel bellissimo articolo che gli ha dedicato sul "Corriere della sera", Carlo Bo ci ha fornito forse la chiave piu' illuminante per dare una conclusione, naturalmente provvisoria, al nostro tema Quasimodo ermetico, quando ha ricordato, dell'amico poeta, la "saltuaria milizia fiorentina" (saltuaria) e ha proposto di leggerlo come un "compagno di strada" degli ermetici: non un ermetico, quindi, ma un compagno, potremmo aggiungere, certo non occasionale, non casuale, pero neppure in servizio permanente.

Dunque, non e' ben chiaro perche' certa critica che riconosce senza battere ciglio a uno scrittore (caso D'Annunzio) la piena legittimita' della ricerca di linguaggio, che puo quindi - nel corso degli anni - assumere registri talora diversissimi, sia invece, talora, titubante a riconoscere a Quasimodo il diritto a una ricerca di linguaggio, quale fu la sua. E cioe' una ricerca che persegue, anche attraverso soluzioni diversificate - nel corso degli anni - una sempre piu aderente, penetrante adeguazione alla irrequieta coscienza dei tempi, all'asprezza, all'enigma dei tempi, e quindi alla figura autentica, assediata dell'umano.
E forse allora, tra i tanti, potrebbe essere nel giusto proprio Carlo Bo quando, rifiutandosi di avallare il metodo che impone vari Quasimodo, e varie fasi e svolte, ha osservato semplicemente che il poeta anche nei versi del dopoguerra conserva "un rapporto costante e stretto con il fondo unico della sua anima" e che se mai la necessita dell'interrogazione e' divenuta in lui sempre piu forte, e' diventata bisogno di verita', dominio aperto della verita'.

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