salvatore quasimodo
 HOME  biografia bibliografia il parco
letterario
ermetismo
post
ermetismo
casa
quasimodo
Quasimdo e l'Ermetismo

Paolo Mario Sipala
I versi di quel ragazzo

Mario Petrucciani
Quasimodo Ermetico

Giuseppe Barone
Il Poeta e il Santo: note in margine al carteggio Quasimodo-La Pira

Sergio Campailla
Quasimodo e Montale

Anna De Stefano
Un ignoto disperato messaggio di Quasimodo a D'Annunzio

Giuseppe Savoca
Per Quasimodo traduttore di Catullo: il carme LXV

La Sicilia On Line

TURISMO
Presentazione
Geografia
Economia
Storia
Arte
Musei
Gastronomia
Feste e Sagre
RISTORANTI
CARTOLINE
EVENTI
MAPPE
SHOPPING
MAGAZINE
CHAT

Le 9 province

Agrigento
Caltanissetta
Catania
Enna
Messina
Palermo
Ragusa
Siracusa
Trapani
TUTTE LE CITTA'

Sicily NETWORK

sicilynetwork.com
siciliano.it
sicilyweb.com
siciliaweb.com
aziende-siciliane.com

sicilyhotels.com
siciliaonline.com
sicilycinema.it
sicilybooks.it
foto-sicilia.it
sicily-photos.com
cefalu.it
taormina-sicily.it
ragusaonline.com
modicaonline.it
quasimodo.it
infomedi.it
festedisicilia.it
pasquainsicilia.it
siciliani.com
siciliane.com
agriturismo-sicilia.it
ristoranti-sicilia.it
olio-sicilia.it

la tua pubblicità su SICILYNETWORK


cerca in:


Giuseppe Barone
Il Poeta e il Santo: note in margine
al carteggio Quasimodo-La Pira

1. Due vite parallele

Salvatore Quasimodo e Giorgio La Pira: perche' attribuiamo particolare importanza a questo rapporto interpersonale? In quale misura, l'analisi comparata tra due vicende umane ed intellettuali simmetriche, puo' servire ad illuminare meglio temi e strutture dell'opera quasimodiana? Gli interrogativi non sono retorici. In realta', sapevamo dalle scarne indicazioni fornite dal poeta, e soprattutto dalle autorevoli testimonianze di Salvatore Pugliatti, della esistenza di una proficua amicizia e collaborazione fra i due personaggi (1); ma solo la recente pubblicazione dei carteggi e degli epistolari lapiriani consente finalmente di misurare spessore e qualita' di un singolare sodalizio spirituale e nello stesso tempo di recuperare un capitolo inedito della cultura italiana contemporanea (2).
Quasimodo e La Pira: due vocazioni eccentriche, due grandi esponenti della cultura meridionale. Un progetto di poesia la vicenda quasimodiana, un progetto di santita' la vicenda lapiriana. Il Poeta e il Santo: due vite parallele nella piu piena accezione plutarchiana. La similitudine non sembri peregrina: Quasimodo il greco, l'intellettuale mediterraneo che trasfigura la propria sicilianita' a contatto con i miti e con l'humus della civilta' classica; La Pira il romano, che recupera tradizione e magistero della Chiesa cattolica attraverso la lezione del tomismo e del misticismo medievale. Ma che si tratti di due autentiche vite parallele lo si desume anche dalle precise coincidenze dei dati biografici. Innanzitutto entrambi hanno i loro natali nell'area iblea agli inizi del XX secolo: Quasimodo a Modica il 20 agosto 1901, La Pira a Pozzallo il 9 gennaio 1904. La comune appartenenza al contesto sociogeografico della ex-contea di Modica pone subito alcuni problemi interpretativi e di periodizzazione su cui sara' utile soffermarsi. Entrambi si ritrovano poi a Messina alla vigilia della prima guerra mondiale per proseguire e maturare insieme la formazione politica ed intellettuale: anche sul significato di tale esperienza conviene prestare attenzione critica. In terzo luogo i due continuano la diaspora degli intellettuali meridionali nell'Italia settentrionale. Firenze li accomuna ancora: Quasimodo trovera' notorieta' nazionale su Solaria, la rivista ermetica del gruppo fiorentino Montale-Bonsanti-Loria; La Pira sperimentera' nella citta' toscana tanto il suo ruolo di "sindaco della povera gente" (con le famose iniziative sulle case operaie, sulla ristrutturazione della fabbrica Pignone), quanto la sua identita' di profeta di pace nel mondo (colloqui mediterranei, convegni internazionali per la pace, incontri con i sindaci delle citta'-capitali).
Accanto alle coincidenze biografiche "esterne", infine, occorre valutare la fortissima consonanza interiore, che specialmente negli anni '20 si configura come un'assidua e complessa ricerca di una dimensione religiosa, mai definitivamente risolta in Quasimodo, ma neppure priva di contraddizioni e di oscuri pessimismi nello stesso La Pira. Contro le schematizzazioni agiografiche, che tendono a riproporre le immagini appiattite di un La Pira da sempre credente e di un Quasimodo coerentemente laico, nella parte finale di questo saggio si cerchera' piuttosto di cogliere il continuo interscambio di motivi religiosi, il dialogo sotterraneo tra "pubblico" e "privato" da cui e' possibile cogliere nuovi elementi di riflessione intorno ai contenuti della poesia quasimodiana.

2. Un mezzogiorno "diverso" tra sviluppo e arretratezza: le comuni radici iblee.

Le comuni radici iblee dell'infanzia di La Pira e di Quasimodo non sono state fino ad oggi oggetto di studio. Eppure questo aspetto non puo' essere sottovalutato in considerazione della fondamentale importanza che i primi anni di vita hanno nella strutturazione della personalita'. Se la psicologia rimanda a questo primo segmento dell'eta' evolutiva per comprendere la dinamica affettiva, i processi di apprendimento, la formazione di un equilibrio interiore, diventa urgente l'indagine tesa a ricostruire le coordinate spazio-temporali entro le quali si e' storicamente realizzata la socializzazione primaria di Quasimodo e di La Pira nell'ex-contea di Modica all'alba del XX secolo. Per entrambi qual'e' stato rispettivamente il ruolo della famiglia, sul piano dello status sociale, dei vincoli affettivi, della trasmissione dei valori individuali e collettivi? E se Modica e Pozzallo sono stati il primo universo sociale per Quasimodo e La Pira, come si presenta all'analisi storica questo preciso contesto socioeconomico? Si tratta di domande a cui non e' possibile dare in questa sede risposte esaurienti, e le indicazioni sommarie che qui si formulano valgono soltanto come approccio preliminare al tema e stimolo per piu approfondite ricerche.
In un saggio recente ho gia' avuto modo di tracciare un rapido profilo dei caratteri peculiari della provincia iblea, un'area emblematica di un Mezzogiorno "diverso", perche' contraddistinta sul lungo periodo dalla debole presenza del latifondo, dalla tenuta della piccola proprieta' contadina, dall'assenza di profondi squilibri sociali nelle campagne, dal policentrismo degli agglomerati urbani (3). Diversamente da quanto continua a ripetere una logora letteratura meridionalistica, I'area iblea non si legge nei suoi processi di trasformazione socioculturali con le categorie dell' "arretratezza" e del "sottosviluppo"; la mitologia del profondo Sud non aiuta certo a restituirci la comprensione dei mutamenti e delle articolazioni nella societa' civile meridionale. Nel mezzo secolo compreso tra l'Unita e la prima guerra mondiale, infatti, modifiche profonde erano intervenute nelI'assetto socioeconomico delle campagne e delle gerarchie urbane dell'ex-contea, tali da ribaltare il pregiudizio di un Mezzogiorno come storia "immobile".
La formazione del mercato nazionale e la stipula di favorevoli trattati commerciali nel quadro della politica economica liberistica della Destra storica avevano sollecitato l'agricoltura del circondario verso l'estensione delle nuove colture d'esportazione. Le coltivazioni arboree contribuivano a dare un volto nuovo al paesaggio agrario tra il1860 e il 1887: a quest'ultima data l'area iblea con circa 30.000 ettari di vigneto e con una produzione media di 400.000 ettolitri (di cui circa la meta' esportata) costituiva un esempio di trasformazione fondiaria in sintonia con la favorevole congiuntura dell'economia mondiale. Tra i due censimenti del 1861 e del 1881 un centro vinicolo come Vittoria registrava una esplosione demografica da 16.000 a 24.000 abitanti, ne' minore risulta l'incremento di popolazione del comune di Modica (da 30.000 a 41.000 ab.) nel cui hinterland insieme alla diffusione della vite si accelerava l'intensificazione del seminativo nudo ad alberato. Vigneto, oliveto e carrubbeto diventano i settori trainanti dell'economia locale. Sempre alla meta degli anni '80 il circondario di Modica produce 500.000 q. di carrubbe (oltre la meta dell'intera produzione nazionale) in gran parte destinate all'esportazione via mare dallo scalo di Pozzallo: proprio sul commercio marittimo delle carrubbe si fonda la prosperita' di questo centro urbano, che nel primo trentennio postunitario vede raddoppiare da 3000 a 6000 ab. la sua consistenza demografica (4).

Le conseguenze della crisi agraria europea e della guerra commerciale con la Francia interruppero bruscamente un trentennale trend espansivo. Nel decennio 1888-1898 il circondario di Modica pagava duramente l'eccessiva specializzazione culturale: alla diminuizione del prezzo del grano si aggiungevano la fillossera, il blocco dell'esportazione vinicola, il ridimensionamento della intermediazione commerciale, il fallimento delle piccole banche locali sorte nella fase espansiva precedente. Disoccupazione urbana e rurale e jacqueries contadine sarebbero confluite nel vasto movimento dei Fasci nel 1892-93, ma le agitazioni sociali provocate dalla crisi non cessarono neppure dopo la repressione crispina: i tumulti di Modica per la carestia del 1898 chiudono un periodo fra i piu drammatici della storia iblea contemporanea (5).
Il secolo XX avrebbe pero riaperto una nuova e lunga fase di prosperita' ancorata alla ripresa economica internazionale e al generale rialzo dei prezzi agricoli. La ricostituzione dei vigneti compie sensibili progressi grazie all'innesto delle viti americane promosso con successo da Clemente Grimaldi; riprende quota il carrubbeto in coincidenza con le nuove fabbriche di distillazione dell'alcool che si insediano a Pozzallo provocando un'ulteriore spinta all'urbanizzazione dell'ex-borgata marinara, la cui popolazione balza dai 6500 ab. del 1901 ai 9000 del 1921. Sono soprattutto le terre dell'altopiano a conoscere le sollecitazioni produttive piu intense, ora che i prezzi crescenti del grano e della carne accelerano la sostituzione del maggese con la rotazione grano-fava e stimolano i progressi quantitativi e qualitativi della zootecnia e della connessa industria di trasformazione lattiero-casearia. Persistono anche in questi anni tare strutturali che condizionano pesantemente i dinamismi in atto: alle deficienze culturali, dovute all'alto tasso di analfabetismo ed alla scarsa istnuzione tecnica ed agricola, si sommano la bassa produttivita' delle colture, l'assenza di prati artificiali che impedisce un moderno allevamento stanziale, la frammentazione dell'industria casearia, l'avanzata dell'oliveto che come coltivazione promiscua abbassa le rese unitarie del grano, mentre il secolare scivolamento della popolazione dall'alta e media collina alle coste provoca da un lato il declino di comuni come Monterosso, Giarratana, Chiaramonte svuotati dall'emigrazione, dall'altro l'addensamento demografico di Vittoria, Scicli, Pozzallo e Modica. Quest'ultima, che dai 41.000 ab. del 1881 era passata ai 50.000 del 1901, al censimento del 1931 registrava una popolazione residente di 60.000 abitanti, collocandosi subito dopo Palermo, Catania e Messina come la quarta citta dell'isola. E' una storia ancora tutta da scrivere: nuove gerarchie urbane, processi differenziati di trasformazioni economiche, mutamenti nella stratificazione sociale e nei comportamenti collettivi: basti accennare alla mobilitazione politica dei ceti medi urbani e delle masse popolari che nel primo decennio del XX secolo fa scricchiolare il quadro oligarchico della rappresentanza politica della provincia sotto la spinta delle organizzazioni sindacali operaie e contadine. Guerra e dopoguerra affretteranno lo sfaldamento delle elites tradizionali sorprese dall'avanzata dei partiti di massa: nelle elezioni amministrative del 1920 i socialisti conquistano la maggioranza in otto dei tredici comuni del circondario ibleo, ed a Modica e a Pozzallo si insedieranno per la prima volta "giunte rosse" che solo lo squadrismo fascista fara' crollare con la violenza (6).

Cosa s'incardina di questa storia sociale nelle strutture mentali di La Pira e di Quasimodo? Quale substrato di valori, di modi di sentire, modella la personalita' di entrambi? Ogni correlazione meccanica tra struttura e sovrastruttura, tra vicende collettive ed individuali sarebbe operazione metodologicamente scorretta e fuori luogo. E tuttavia questa diversa chiave di lettura della Sicilia sud-orientale ricca di dinamismo socioeconomico e di spessore culturale va tenuta presente per ricostruire il contesto storico da cui prendono le mosse quelle due biografie intellettuali. La Pira vive ininterrottamente a Pozzallo fino al 1914, vi ritornera' ogni estate fino al 1926; trascorre infanzia fanciullezza e parte dell'adolescenza nella citta' natale in condizioni di media agiatezza in quanto il padre svolgeva mansioni di amministratore delle proprieta' della nobile famiglia Tedeschi. Quasimodo si allontanera' presto da Modica, ma anch'egli e' figlio dei nuovi ceti medi del Sud. Il nonno si era impiegato nelle ferrovie subito dopo l'Unita' in seguito alla apertura della linea Messina-Catania, il padre viene promosso capostazione e trasferito nella citta della contea. Ferrovieri i Quasimodo, ferrovieri i Vittorini (Elio sarebbe diventato cognato del poeta), ferrovieri anche gli zii di La Pira: una professione "moderna", sganciata dai legami di dipendenza dal mondo rurale, espressione della penetrazione del capitalismo in una societa' agricola che si apriva alle opportunita' di piu vasti mercati economici e culturali. Del resto la comune esperienza di Giorgio e Salvatore in qualita' di ragionieri - contabili alle dipendenze dello zio di La Pira, Luigi Occhipinti, solido commerciante ibleo trapiantato a Messina che li alleva e li mantiene agli studi, smentisce l'abusato cliche' sull'arcaica cultura contadina delle loro origini e restituisce invece un ben piu' corposo spessore del loro habitat familiare borghese, disponibile all'intraprendenza economica, alla mobilita territoriale, ai veicoli culturali della modernizzazione (7).

3. Esilio e Terremoto: "L'infanzia imposseduta"

Ma se in La Pira queste radici iblee rimangono intatte a lungo, nel ritrovarsi continuo a Pozzallo, nel colloquio epistolare con i familiari, nella stessa ospitalita' messinese concessa dagli zii Occhipinti, ad una piu' articolata valutazione si presta la biografia quasimodiana, poiche' non sembra che nel poeta modicano sia rimasta traccia alcuna del mondo natale, del contesto sociogeografico ibleo. Purtroppo nella sua produzione poetica cosiddetta "ermetica" - lo ha sottolineato opportunamente Sipala - l'assoluta prevalenza , del fatto letterario sull'esperienza biografica non fa affiorare nulla dei luoghi della prima infanzia, neppure a livello di paesaggio che sussiste come fondale convenzionale e scenografico (8). Eppure quando i ricordi della fanciullezza emergono, senza mimetismi, nella poesia del secondo dopoguerra, la Sicilia s'impone come realta' tragicamente arretrata: nel celebre Lamento per il Sud, insieme alla riproposizione dei moduli ideologici del sicilianismo, ad affermarsi nettamente e' l'isola premoderna delle "permanenze" e della lunga durata, non certo quella del "movimento" e delle rotture congiunturali (9).


Oh, il Sud e stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
e' stanco di solitudine, stanco di catene,
e' stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per i processi di trasformazione che hanno interessato l'area sud-orientale dell'isola in eta' contemporanea, questa visione luttuosa e dolente della Sicilia, disposta a trasfigurarsi soltanto su registri mitico-edenici, non corrisponde intera al dinamismo della realta' storica.
Dov'e' allora rintracciabile il dato esistenziale che giustifica un cosi pessimistico immaginario sociale? Una possibile chiave di lettura potrebbe cogliersi nel tragico rapporto che lega infanzia e fanciullezza del poeta alle catastrofi naturali e demografiche che scandiscono ciclicamente la vicenda individuale e collettiva delle popolazioni meridionali.
Agli inizi del XX secolo Nitti individuava tre cause modificatrici nella storia piu recente del Mezzogiorno:: alluvioni e frane, terremoti, emigrazione, tre eventi in varia misura "catastrofici" che interrompono violentemente antichi equilibri fisici, socioeconomici, di psicologia collettiva (l0) Ora la dimensione esistenziale dei primi anni di vita di Quasimodo e' stata fortemente suggellata da questa triplice scansione della catastrofe, al punto da dettargli nella tarda maturita' questa lucida confessione: "il dramma e' stato sempre presente nella mia opera [...] un presentimento umanamente sensibile alla storia ricca di sangue che si preparava dal tempo della cosiddetta mia mitica infanzia" (11) In effetti, la "grande alluvione" che nel settembre 1902 devastava a Modica uomini e cose e' il primo laboratorio sperimentale di dolore collettivo da cui anche la famiglia Quasimodo esce sconvolta nella sicurezza degli affetti e delle certezze materiali (12) Tra i componimenti delle Nuove Poesie c'e una lirica dal titolo Cavalli di luna e di vulcani dove affiora prepotente dalla preistoria dell'inconscio infantile la materia memoriale del disastro: "nel tempo delle frane / le foglie, le gru assalgono l'aria / in lume d'alluvione splendono i cieli densi aperti agli stellati". E come non mettere nel conto il peregrinare della famiglia al seguito del padre capostazione nelle localita' piu povere e malariche della Sicilia "interna": dalle zolfare di Aragona Caldara nell'agrigentino, a Sferro nella desertica piana di Catania, a Comitini, alle paludi di Terranova? In un saggio del 1965 Pugliatti enucleava fra le parole piu frequenti del lessico quasimodiano i termini "esilio", "fuga/ritorno": simboli verbali la cui insistita presenza, prima di ogni ovvio riferimento all'eta' adulta (13), a mio avviso rimanda alle strutture psichiche di base dell'infanzia del poeta. Il tema dell'esilio, motivo dominante e comune a tanta parte dell'intellettualita meridionale trasferitasi al nord, acquista valenza significante in relazione all'emigrazione interna del nucleo familiare disperso lungo il periplo dell'isola; esilio e innanzitutto rifiuto della instabilita' abitativa, ricerca a ritroso di vincoli sociali e affettivi piu saldi e meno precari di quelli offerti dalla mobilita territoriale della famiglia, ricordo di un'arcaica dimensione patriarcale nella originaria Roccalumera.
Ad appena sette anni c'e' infine l'impatto traumatico col terremoto di Messina: dall'esperienza tragica della citta distrutta, dal quotidiano convivere con le macerie ed i baraccamenti, dai carri merci dello scalo ferroviario adibiti per due anni a provvisoria abitazione dei Quasimodo nasce e si consolida nel poeta l'amara consapevolezza di una "infanzia imposseduta". Scrivera' in Convalescenza (una lirica di Oboe sommerso) "di te ho sgomento / il cuore secco e dolente / infanzia imposseduta", lo ribadira' in Vicino a una torre saracena, per il fratello morto con un icastico verso "infanzia errata/ eredita di sogno a rovescio": la Sicilia delle catastrofi e delle migrazioni interne fa velo ed oscura irrimediabilmente i processi di modernizzazione che nel primo ventennio del XX secolo andavano mutando contorni e strutture della societa' meridionale.

Di questa fanciullezza Pugliatti rievochera' con divertita nostalgia le furibonde sassaiole domenicali fra i ragazzi del quartiere "americano" e quelli del "genio civile" con Quasimodo acceso combattente sulla riva destra del torrente Zaera (14); Giuseppe Raneri un altro tipico esponente della "brigata. Messinese", annota come fu soprattutto l'abilita nel gioco della "guerra francese" a fare accettare il "mocciosetto con i pantaloni corti" Giorgio La Pira dai piu' anziani allievi dell'Istituto Tecnico "Jaci" (15) Con realismo dolente Quasimodo fissa invece il ricordo indelebile della calamita' nella lirica Al padre:


Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo i binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, e' dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
cantiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verita' e lame
nei giochi di bassopiani e di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubo' la paura;
fu lezione di giorni miti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
della fucileria degli sbarchi, un canto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura [...]

4. Socialismo e fascismo: gli anni messinesi

Nella citta' dello Stretto Quasimodo e La Pira vivono intensamente la loro prima formazione culturale e politica nel segno dell'avanguardismo letterario e dell'intransigenza antiparlamentare: si tratta di una stagione breve ma assai importante, che ci restituisce un'immagine di questi grandi intellettuali in fieri completamente diversa dagli stereotipi agiografici. Nei suoi ricordi autobiografici, Salvatore Pugliatti annota: "Si parlava di letteratura, di poesia, di politica. Da ragazzi quali eravamo. Quasimodo (divenne Quasimodo quando si trasferi' in continente) e i suoi compagni di classe, quelli che erano in regola coi corsi, 16 anni; io ne avevo 14; il piu piccolo era Giorgio La Pira tredicenne.
Leggevamo Dante, Platone, la Bibbia, T.Moro e Campanella, Erasmo da Rotterdam, gli scrittori russi (specialmente Dostoievskij, ma ci incantavano Andreyev e M. Gorki con i suoi romanzi sociali) .
Leggevamo Baudelaire, il primo Mallarme', Verlaine, che a poco a poco divennero i nostri numi" (16) Sono soprattutto i docenti dell'istituto tecnico "Jaci" con un costante rapporto anche extrascolastico, a mediare questi caotici approcci letterari, a dare una prima sistemazione concettuale a un cosi' vasto ed eterogeneo crogiuolo di letture: Clemente Valacca, Francesco Satullo, Federico Rampolla costituivano un corpo insegnante di alto livello intellettuale.

A dare un indelebile suggello spiritualista ai "tre ragionieri" di Messina sarebbe stato in primo luogo Federico Rampolla, nipote del cardinale Rampolla del Tindaro e splendida figura di gattopardo patrizio, non credente ma amico del prete blondeliano Onofrio Trippodo, che a Palermo avrebbe accolto piu tardi il giovane La Pira in crisi mistica.
Antipositivista, nazionalista in politica, autore tra l'altro di un saggio sulla poetica pascolana e di un'inedita Filosofia dell'arte, Federico Rampolla doveva riciclare Pugliatti Quasimodo e La Pira dagli studi tecnici alla cultura umanistica, in una triplice direzione: verso la filosofia, con una marcata opzione per il pessimismo di Shopenauer e per il superomismo di Nietzsche; verso la letteratura, con preferenza per i simbolisti francesi, i populisti russi e il decadentismo italiano; verso le lettere classiche, con un corso accelerato di latino e greco per La Pira, mentre Quasimodo avrebbe intrapreso uno studio piu sistematico della filologia classica nel 1923 a Roma presso monsignor Rampolla, fratello di Federico.
Nel clima infuocato della "grande guerra" la giovanile brigata messinese sperimenta furori letterari in chiave dannunziana e futurista. Il 1916 e l'anno di fondazione della societa' letteraria Peloro, nel 1917 vede la luce un nuovo giornale letterario con sede nella casa del poeta Francesco Carrozza e poi in quella di Quasimodo, nel 1920 si colloca infine la partecipazione al periodico palermitano La Nave. In quest'ambiente elettrizzato dalle "serate futuriste" se Quasimodo matura la sua prima stagione poetica, La Pira non e' ancora approdato ad alcun interesse religioso ma, dannunziano come il maestro, scioglie canti di guerra ad Anarchia e a Violenza, esprime stati d'animo immanentistici, dichiara di credere soltanto nella religione della poesia.
Con toni surreali e stilemi dannunziani nel giugno 1920 egli pubblica la novella La luna ha un cerchio di vapori rossi, e tuttavia non puo esimersi dal fare omaggio al "grande vecchio" ancora vivente: "D'Annunzio racchiude in se - scrive su La Nave - tutto il fenomeno letterario dell'epoca moderna. Egli ne e' la causa prima futurismo, avanguardismo e modernismo non vengono che da lui; chi, fuori di lui, si afferma, non ha che un nome: Verga" (17) . Ma tra gli opposti idealtipi verista e decadentista, e' a quest'ultimo che vanno le preferenze di La Pira, anche perche' al di la' della letteratura l'adesione al modello umano dannunziano ha esplicite motivazioni politiche. Nel dopoguerra La Pira e' attratto dagli slogans nazionalistici sulla "vittoria mutilata", s'infiamma per l'impresa di Fiume, s'immerge nel sogno dannunziano di "giovinezza sociale", e nel 1922 diventa fascista fino a commentare con accenti trionfalistici la marcia su Roma dalle colonne del quotidiano "L'Eco di Messina e delle Calabrie" (18).
Se La Pira si accende di simpatie filofasciste, Quasimodo e Pugliatti sembrano invece stare sull'altra sponda, seguendo un itinerario ideologico che pur partendo dalle medesime fonti culturali mostrerebbe di approdare al socialismo. La testimonianza piu' viva e' ancora quella di Pugliatti: "Sempre in quegli anni affamati di letture ci passavamo i libri di Bakunin e di Stirner, di Marx, di Engels, di Lassalle, ma anche di Shopenauer e Nietzsche. Finche' un giorno, presi i contatti con la Camera del Lavoro, dove dominava la figura di Francesco Lo Sardo, costituimmo il Fascio giovanile socialista; segretario Eugenio Savasta Fiore, componenti: Salvatore Quasimodo, io, Raneri, Denti e altri [...] Il gruppo era assai battagliero [...] Ma poi il Fascio giovanile, che era diventato numeroso, fu sciolto, e noi ci disperdemmo" (19).

Devo ammettere pero' con franchezza di non condividere la tesi del Mercadante, che di recente ha marcato una cesura troppo netta sui contrapposti approdi politici dei nostri (20). Personalmente ritengo che le differenze vadano attenuate: nel confuso massimalismo di Pugliatti e Quasimodo ci sono piu Shopenauer e Nietzsche che Marx ed Engels. Rispetto alle autentiche radici storiche del socialismo italiano, figlio del positivismo ottocentesco gradualista e internazionalista, quello di Quasimodo e un sovversivismo a forti tinte patriottiche, non molto lontano dagli umori anticapitalistici e repubblicaneggianti del mussolinismo sansepolcrista: non a caso all'indomani della rotta di Caporetto egli aveva pubblicato su La settimana illustrata un pezzo di retorica nazionalista nel quale invocava "un saldo baluardo di giovinezza grigioverde che porra' argine alla bigia marea incalzante su le pianure italiche" (21).
Piu' che di coerenti scelte di classe, le diverse opinioni politiche di La Pira e di Quasimodo rivelano il comune sradicamento sociale provocato dalla guerra e di cui sono vittime principali i nuovi ceti medi urbani.
Sovversivismo patriottico e radicalismo populistico si miscelano grazie al collaudato solvente del meridionalismo conservatore, che tutta questa generazione di intellettuali siciliani eredita da una tradizione "alta" del pensiero politico, da Pasquale Turiello a Gaetano Mosca: l'antiparlamentarismo soprattutto, cioe' il rifiuto di riconoscere legittimita' di rappresentanza e di mediazione sociale all'istituto parlamentare considerato oramai decaduto in seguito al trasformismo prima ed all'ascarismo poi di una classe politica corrotta e manipolata dal "ministro della malavita". In tal senso nel Mezzogiorno "socialismo" e "fascismo" sono categorie ambigue, che piuttosto si identificano come sbocco politico obbligato dell'antigiolittismo degli intelletuali periferici, la "forma" ideologica di quei ceti piccolo-borghesi rimasti ai margini del sistema giolittiano di potere basato sulla convergenza "corporatista" tra borghesia industriale e movimento operaio organizzato.
Fascismo e socialismo come rivolta attivistica, dunque, come rottura con un passato contrassegnato dall'asfittica democrazia dei notabili, giudicata da un osservatorio particolare - la Messina baraccopoli del dopo terremoto - da cui era possibile misurare concretamente l'inefficienza dello Stato centrale di fronte ai problemi finanziari e sociali della ricostruzione (22). Il congedo dalla politica militante avviene comunque assai presto per entrambi: per il poeta modicano la carriera di agitatore rivoluzionario si interrompe definitivamente quando come impiegato della Rinascente a Roma organizza uno sciopero alla vigilia delle leggi eccezionali varate dal regime del 1926; il filofascismo dell'intellettuale pozzallese e' lasciato alle ortiche con un articolo dell'agosto del 1924 dal titolo Alla ricerca della storia dove affiora la sociologia cristiana del "popolo" destinata a trasformarsi piu' tardi in solidarieta' con la "povera gente" (23).

5. Misticismo e antimodernismo: la "conversione" di La Pira

L'abbandono della dimensione politica ha come condizionamento esterno il lungo tunnel della dittatura fascista, la soppressione delle liberta'. Ma non solo questo. L'estraneita' alla politica nasce da piu profonde motivazioni: anche se ognuno per una sua strada, la scelta religiosa per La Pira e quella artistica per Quasimodo, entrambi avviano una silenziosa ricerca spirituale che ancora una volta li ritrova insieme. La svolta e rappresentata dalla "conversione" di Giorgio La Pira, irreversibile, che pero' non giunge come una folgorazione improvvisa, ma alla fine di un itinerario tormentato dal dubbio: "Ho attraversato varie volte con vario affanno i sotterranei del pensiero - scrive in una bellissima lettera al suo Toto Quasimodo - ho bussato a molte porte, come un povero mendicante, per avere pane di sapere, ho rifatto mille strade, mille mondi, ho amato mille cose; sono stato troppo vagabondo in questo errare senza posa, alla ricerca di un po' di pace per l'anima mia; io ho sempre avuto in me sete di ascesi, sete di profondo annullamento nel mio essere primiero che si ricollega a Dio; sono stato troppo lontano, troppo deserto, troppo mistero" (24).
Dal dannunzianesimo letterario e dal mussolinismo politico alla scelta radicale di vita religiosa c'e in La Pira una continuita' di temperamento e di cultura che ha le sue matrici piu vere nel misticismo spiritualista. Ma la transizione era stata lunga ed interiormente sofferta: "mi sento un vuoto spaventoso - aveva scritto nell'estate del '20 da Pozzallo all'amico Pugliatti - e la spiaggia e di una immensita' molto severa; se tu mi vedessi assorto, la sera, vicino al mare, specie quando, come ora, c'e la luna. Dio mio, la vita come e strana!" (25). Considerata ex post come una vocazione scontata, l'adesione lapiriana al cattolicesimo e' invece la conclusione di una complessa vicenda interiore. La testimonianza diretta di monsignore Matteo Gambuzza, sulle esplosioni anticlericali del conterraneo Giorgio nei soggiorni estivi a Pozzallo e su una storica passeggiata vespertina lungo la marina di Raganzino nell'estate del 1922 conclusasi con la recita in comune del rosario (26), apre uno spiraglio sul viaggio spirituale di La Pira in terra iblea, laddove la puntuale analisi di Giuseppe Miligi ha consentito di recente di ricostruire in tutto il loro spessore le coordinate culturali di quell'ambiente cattolico messinese (i sacerdoti Fochesato e Gallo, lo scrittore "convertito" Guido Ghersi, ecc.) che contribui' in maniera determinante a consolidare i fondamenti dottrinali della fede lapiriana (27).
Da Bossuet ad Ozanam, attraverso il recupero della tradizione mistico-ascetica dei grandi ordini monastici e la sistematica intelaiatura della filosofia scolastica tomista La Pira avrebbe maturato negli anni tra le due guerre una concezione del mondo come storia sacra di salvezza, che negli anni '50 si sarebbe ampliata con gli aggiornamenti essenziali di Mounier e di Maritain. A differenza del popolarismo sturziano coagulatosi nella contigua Caltagirone agli inizi del secolo come movimento politico proteso a superare la pregiudiziale dell'astensionismo e ad assumere la struttura moderna del partito di massa, il cattolicesimo lapiriano rimane ancorato all'intransigentismo ed all'antimodernismo dell'Opera dei Congressi, con una visione teocratica della societa' umana modellata sulle gerarchie medievali della "citta celeste", che gli deriva certamente dall'influsso del pensiero cattolico francese (da Bossuet a Pascal, a Lammenais, a Chateaubriand) filtrato dall'accostamento alle opere di Blondel.

A mio avviso, le radici culturali della "profezia di pace" compiutamente elaborata da La Pira solo negli anni '50 vanno individuate in questa coerente ricerca intrapresa sin dagli anni '20 per tentare una lettura del processo storico come graduale realizzazione di una res publica cristiana e che appare contrassegnata da una profonda consapevolezza della crisi della civilta' contemporanea avvertita in termini apocalittici.
Coscienza della crisi e ripresa dell'integralismo cattolico si inserivano del resto all'interno dell'ecclesiologia propria del pontificato di Pio XI: le istanze neocorporative presenti nella enciclica Quadragesimo anno (1931) si configuravano come l'unica risposta possibile della Chiesa per instaurare un ordine sociale cristiano lontano dall'anarchia dell'economia capitalistica e dalle degenerazioni staliniane del "socialismo reale" (28). L'interpretazione escatologica della storia spinge La Pira ad individuare (dopo la caduta dell'impero romano e la lunga notte delle invasioni barbariche) nelle "prime luci" del Medioevo cristiano l'epifania del piano divino per l'uomo, culminato nella fioritura metafisica artistica e socioeconomica del XII secolo, fino a Dante, "la cima piu' alta dei valori culturali della civilta' cristiana" (29). Ma l'eta' moderna con la Riforma iniziava lo sgretolamento dei pilastri concettuali del cristianesimo, distruggendo i concetti della solidarieta' organica del corpo sociale: da Cartesio ad Hume, da Kant ad Hegel, la filosofia moderna avrebbe spezzato la sintesi aristotelico-tomistica del cristianesimo medievale aprendo una lunga parentesi di decadenza della civilta'. Il mondo moderno diventa percio' la sintesi di tutte le eresie, poiche' tanto il razionalismo settecentesco quanto il positivismo del XIX secolo hanno nutrito nel loro seno quella societa' borghese che ha avuto come presupposto la sostituzione della centralita' umana rispetto a quella divina, rompendo l'identificazione medievale tra Natura e Grazia. La civilta' borghese per La Pira e' dunque inconciliabile con la tradizione cattolica, poiche' essa incarna l'insurrezione contro l'autorita' religiosa: la rivoluzione francese avrebbe portato a compimento la dissociazione della ragione dalla fede, allo stesso modo in cui la politica era andata separandosi dalla morale, l'economia dalla giustizia, l'individuo dalla comunita', lo Stato dalla Chiesa, con il risultato inevitabile di aprire la strada all'ateismo radicale ed alla affermazione del socialismo marxista in un contesto internazionale solcato dai bagliori della guerra (30).
Integrismo ed antimodernismo, che del resto si ritrovano nella cultura di ambienti cattolici come quello guidato da padre Gemelli ed approdato nel 1914 alla fondazione dell'Universita cattolica di Milano, nascono in La Pira dall'acuta consapevolezza della crisi attraversata dalla societa' europea tra le due guerre e ne motivano il recupero del misticismo utopico medievale e il rifiuto antiborghese: "La vita moderna - scrive a Quasimodo nel 1923 - prescinde dal Cristianesimo, prescinde da cio' di cui si e' fatta: e' la contraddizione piu scimunita dei tempi ammodernati. L'Arte, la Filosofia, la Morale, la Politica, il Diritto, tutte le speculazioni in genere, tutti i motivi che di per se' sono vanitas vanitatis, hanno significato nel collegamento con Gesu'. Tutto e' Dio e tutto ripiglia significato a questo lume. Da Lui deriva ogni bene, da lui che e' Uno: non panteismo, che e' terreno dei sofisti" (31).
In quale misura una cosi' radicale scelta di vita incise sulla qualita' e sul contenuto del rapporto personale tra l'intellettuale pozzallese e il poeta modicano? Quale intreccio fra "pubblico" e "privato" si viene configurando tra i due? E, infine, si puo tentare una lettura "incrociata" tra carteggio epistolare lapiriano e produzione poetica quasimodiana tale da restituirci una dimensione esistenziale piu complessa di quelle esperienze umane? Le considerazioni che seguono non sono ovviamente una risposta compiuta, ma solo un esperimento preliminare.

6. L'itinerario religioso della poesia quasimodiana

A conferma di una comune formazione e conoscenza spirituale Quasimodo aveva composto negli anni giovanili messinesi la poesia Il bimbo povero che si conclude con la simbolica identificazione tra infanzia emarginata e Dio cristiano ("e' uno sempre il bimbo vagabondo/ e' sempre Dio che cammina invano / dinanzi agli occhi atoni del mondo"); ed allo stesso timbro di confuso messianismo sociale sostanziato dalla protesta contro le ineguaglianze di classe e dall'esaltazione del sottoproletario urbano si rifa' il poemetto Il fanciullo canuto, dove con un linguaggio carico di toni raccapriccianti viene presentato un campionario di figure umane di infima estrazione sociale (tavernieri, prostitute, mendicanti) allo scopo di riesumare liricamente i moduli dostoevskiani del contrasto violento tra abiezione e santita' (32). Il componimento e emblematicamente dedicato "a Giorgio La Pira, che sa piangere presso la mia anima"; quest'ultimo, tanto nelle recensioni letterarie coeve quanto nella corrispondenza epistolare con il poeta, propose la definizione di Quasimodo come "divino cantore della povera gente", paragonando quei versi giovanili "alla predicazione di un santo [che] scava troppo profondo nei sotterranei del nostro essere umile" (33). Nonostante le insistite gratificazioni dell'amico pozzallese, sappiamo tuttavia che il poeta abbandono' all'inizio degli anni '20 questo lessico decadente, grondante di umori religiosi, per aderire con esiti originali alla poetica della "poesia pura", cosicche' nelle successive raccolte di Acque e terre (1930) e di Oboe sommerso (1932) la prevalenza della chiusura espressiva e dell'astratto vocabolario grecizzante sembra far perdere ogni residua traccia di una problematica religiosa.
Personalmente ritengo errata la sottovalutazione della dimensione del "sacro" nella poesia quasimodiana, su cui di recente ha insistito Barberi Squarotti negandole qualsiasi carattere di trascendenza (34). Del resto era stato per primo Sergio Solmi ad individuare in Quasimodo una tendenza mistica a sfondo religioso, e sempre alla fine degli anni '30 Carlo Bo ebbe ad evidenziare nel poeta "un desiderio infinito d'eterna presenza". Ma si tratta poi di una fede immanentisticamente intesa o di una predisposizione generica verso una divinita' astratta, come gia' ebbe modo di sottolineare il Macri', oppure e legittimo ipotizzare l'esistenza di un autentico problema di fede cristiana, il quale, anche se mai definitivamente risolto, percorrerebbe assiduamente tutta la produzione ermetica fino agli anni '30? (35). La questione e' delicatissima e bisogna evitare i giudizi unilaterali. Non puo' essere passata sotto silenzio, tuttavia, la recisa affermazione del poeta nella celebre intervista concessa a F.Camon: "il mio problema religioso - confesso' - riguarda il Dio cristiano. Non si puo pregare un Dio generico. Io non ho mai dato manifestazioni di ateismo: questa e' la vera causa dei dissidi con i movimenti politici di sinistra" (36). E un'attenta ricerca in questa direzione aspetta ancora di essere compiuta, soprattutto per Acque e terre, Oboe sommerso ed Erato ed Apollion, le tre raccolte edite tra il 1930 e il 1936 che ratificano l'impatto di Quasimodo con l'ermetismo fiorentino, ma la cui "storia interna" e' quella di essere state composte in gran parte nel fitto laboratorio degli anni '20, a contatto con gli amici messinesi con i quali il poeta condivise lungamente influssi culturali e dinamiche esistenziali. Tutte le liriche di queste tre raccolte sono sapientemente sparpagliate e lessicalmente filtrate per mimetizzare volutamente qualsiasi realistico riferimento biografico: la lettura incrociata degli epistolari privati recentemente editi e di alcuni testi poetici consente pero' di squarciare qualche velo ed autorizza ad abbozzare l'ipotesi di un inedito itinerario religioso.

Il carteggio con La Pira ci offre alcune interessanti conferme al riguardo. Le lettere di Quasimodo sono una testimonianza diretta del travaglio intimo che lo scuote negli anni del soggiorno romano, tra difficolta' finanziarie e crisi mistiche. "Per te che mi comprendi (a chi altro mandarla?) - scrive all'amico nel gennaio 1922 - ho fatto trascrivere questa lirica mia; ti prego, scrivimi, mondo da qualsiasi lenocinio, il tuo giudizio. Poi te ne faro leggere un'altra, umile e fredda, vicina da presso a le nostre anime di conquistatori e di distruttori di sogni. Adesso faccio il disegnatore presso un ingegnere. Quando avro' fatto il ruffiano, la serie sara' completa" (37). Pur tra sconforti esistenziali ed occupazioni precarie, cinque mesi dopo comunica di avere acquistato un volume sul pensiero religioso di Dostoievskij; e nel marzo '23 non riesce a tacere la propria crisi spirituale: "eccomi nuovamente al lavoro, bestiale ed inutile, confortato soltanto dal tormento dell'anima. Da te aspetto soltanto un po' di speranza e la parola dello spirito. Salute e fraternita'" (38). La successiva corrispondenza scandisce senza soluzioni di continuita' le tappe di una ricerca incessante. 19 dicembre 1923: "una lacuna s'e' scavata nella mia vita.
Oggi ho ricominciato a vivere. Serenita". 8 gennaio 1924: "freddo astrale nell'anima. Tieniti vicino a me, Giorgio, in questi giorni di maggiore tormento". Il 17 aprile spedisce una cartolina: "a mezza voce, come davanti al Mistero - Due croci sul mio nome. Toto". Alla vigilia di natale una frase significativa in una lettera densa di riferimenti a monsignor Rampolla ed a padre Gemelli: "che la Nativita' prossima ti sia acqua viva"; infine, dopo un silenzio di sei mesi, annuncia laconicamente una visita: "ho desiderio di riabbracciarti" (39).
Per questo gruppo di lettere non disponiamo purtroppo delle risposte di La Pira, del quale sono state invece rintracciate alcune missive fiorentine alla fine degli anni '20. In una lunga corrispondenza del dicembre 1927 Giorgio partecipa al poeta ritornato a Reggio Calabria "l'incredibile efficacia del tuo verso sul mio cuore; alle volte una tua poesia e' per me quasi motivo di preghiera e di interiore devozione", per concludere con un'indicazione precisa: "Ora che la Grazia ti ha fatto definitivamente suo, e Gesu' ha baciato, per sanarla, la tua anima, poni a servizio di Dio lo splendore e la potenza della parola. Essa ti serva, soprattutto, per imprigionare l'infinito nei tuoi versi. Sii ladro delle gemme che splendono nella vita eterna; sia che tu le rubi alla natura o al mondo morale, questo furto non dispiacera' la giustizia di Dio [...] Il verso, io credo, quando e' perfetto [...] e' un brano, ma compiuto, dell'eternita'. [...] E' per questo che la poesia - l'arte in genere - non perisce; ma sta, malgrado le vicende umane. [...] Penso che tu potresti col tuo verso - felice grimaldello che ti permette di aprire le mistiche cose dell'anima - racchiudere brani notevoli di mistero: di quel mistero illuminato, e illuminante quale ce lo da' la Rivelazione di Gesu' Cristo. Ti prego, Toto, di curare con la massima cautela il tuo mondo interiore; ama, sovrattutto, dopo Gesu', la Vergine Maria: e chiedi a Lei tutti i fiori che hai bisogno e tutti i profumi che ti necessitano per vestire a nuovo, col buon odore di Cristo, la tua anima" (40).

Nelle altre lettere La Pira raccomanda al poeta di preservare la purezza, di esercitarsi nella giornaliera meditazione sui testi sacri, di trovarsi un bravo direttore spirituale per consolidare una robusta formazione teologica. E nel luglio del 1928 si compiace di ricordare: "Ripensa all'inferno che ti aveva gia' posseduto, alle macchie incalcellabili che avevano distrutto il tuo corpo e la tua anima, e paragona tutto cio' con il manto di purita' e di splendore che il Signore ti ha ora porto . Tu non sei piu tu, e' Cristo in te ! E allora convinto di questa divina opera di amore, inginocchiati, fratello mio, ad adorare l'Agnello, [...] supplicalo affinche' tu possa giorno per giorno sentirti a Lui legato da un vincolo che l'inferno non deve mai spezzare. [...] Concepisci la tua vocazione di poeta come la maniera particolare del tuo apostolato [...] Tu devi essere il dolce e potente giullare di Dio!" (41).
Se questo rapporto epistolare documenta "dall'interno" la storia di una crisi religiosa, la conversione quasimodiana non resiste al tarlo del dubbio: a differenza di La Pira, il poeta non ha certezze da difendere. Benche' nella corrispondenza epistolare fra i due si apra un ulteriore vuoto cronologico, ci rimane una lettera di La Pira, che alla vigilia di Pasqua del 1930 coglie con rammarico i segni di un nuovo distacco dalla fede: " Tu dici che pur sempre nuovi turbamenti affaticano la tua carne - gli scrive quasi supplicando da Vienna - ma io ti raccomando, Toto, di non rifiutare questa parola che il Signore ti manda per mio mezzo. Procura di accostarti alla Comunione quanto piu frequentemente possibile, magari ogni giorno" (42) Nell'Introduzione al carteggio tra La Pira e Pugliatti il curatore Francesco Mercadante ha di recente sottolineato come con queste continue perorazioni all'ascetismo "La Pira violenti allegramente le ragioni dell'intelligenza laica come la intende Quasimodo", e a conferma della sua interpretazione cita un'affermazione tratta dalla raccolta di saggi Il poeta e il politico dove Quasimodo dichiara che "il fattore religioso puo spingere ancora a imprigionare l'intelligenza dell'uomo" (43). Una siffatta valutazione appare tuttavia unilaterale e poco accreditabile sul metro di una rigorosa analisi delle motivazioni culturali che hanno sostanziato il rapporto umano e spirituale tra i due intellettuali iblei. Innanzitutto non si puo mettere avanti arbitrariamente il Quasimodo degli anni '50 per sostenere la continuita' del suo "laicismo" anche negli anni '20: una tale operazione non solo sottovaluta la permanenza di motivi religiosi nella poesia quasimodiana del secondo dopoguerra, ma finisce per negare ogni svolgimento interiore lungo un trentennio in una personalita' oltremodo complessa come quella quasimodiana. In secondo luogo non si deve trascurare che la cosiddetta "intelligenza laica" di Quasimodo ha come retroterra comune con La Pira la meditazione su testi sacri come i Vangeli (non a caso tradurra' quello di S.Giovanni) e filosofi come S.Agostino, Cartesio e Spinoza fortemente caratterizzati sul terreno della ricerca religiosa.
Ad ogni buon conto, infine, occorre spiegare l'insistente afflato religioso che domina la corrispondenza La Pira - Quasimodo in entrambe le direzioni. Giorgio si rivolge a Salvatore non come ad un infedele da convertire (un tono spesso usato invece nei confronti di Pugliatti) ma come ad un suo "fratello di pena": a meno di non voler mettere gratuitamente in ridicolo La Pira, che senso avrebbe raccomandare, ad una persona che non crede, di farsi la comunione ogni giorno? Del resto, in calce al manoscritto del 1930 sopra riportato Quasimodo ebbe a scrivere di suo pugno: "dopo questa lettera ho scritto Confessione", una lirica che compare in Acque e terre col titolo mutato in quello oggi noto di Si china il giorno, per obbedire alla regola assoluta di mimetizzare qualsiasi dato biografico:

Mi trovi deserto, Signore
nel Tuo giorno,
serrato ad ogni luce.
Di Te privo spauro
perduta strada d'amore
e non m'e' grazia
nemmeno trepido cantarmi
che fa secche mie voglie.
Ti ho amato e battuto;
si china il giorno
 e colgo ombre dai cieli:
che tristezza il mio cuore
di carne!

Qui la lettura parallela del testo poetico e del carteggio con La Pira diventa una chiave interpretativa essenziale per sfrondare i veli dell'ermetismo e comprendere storicamente una fase di transizione finora mai esplorata nella vicenda esistenziale di Quasimodo: la dichiarazione di disseccamento spirituale conferma lo smarrimento della fede appena conquistata (44).
Se nella raccolta Acque e terre la tematica religiosa si ritrova ancora in poesie come Nessuno o la piu celebre Ed e subito sera, e soprattutto in un gruppo di sei liriche volutamente sparse nel volume Oboe sommerso che si coglie una precisa linea di sviluppo del "romanzo religioso" quasimodiano, rivelando lo svolgimento storicamente determinato di una "conversione" subito dopo ritrattata. Curva minore esprime il dualismo kiergergardiano tra una lontana ed incomunicabile divinita' e l'angosciata solitudine dell'uomo: "ancora mi lasci: sono solo / nell'ombra che in sera si spande". In Lamentazione d 'un fraticello d'icona prevale invece una tonalita' di religiosita' luttuosa su cui s'innesta il leit-motiv dell'aridita' spirituale ("di assai aridita mi vivo/mio Dio; / il mio verde squallore") filtrato da una macerazione cupa della propria fisicita' alla maniera mistica di Iacopone: "mi cardo la carne / tarlata d'ascaridi / amore, mio scheletro". La mia giornata paziente rappresenta il terzo tempo della "suite" religiosa quasimodiana, dove emerge una coscienza piu limpida e disposta alI'accettazione cristiana del dolore ("La mia giornata paziente / a Te consegno Signore [...] M'abbandono, m'abbandono"): la parola non ha piu i violenti ritmi iacoponiani e manifesta una piu serena disponibilita' spirituale. Metamorfosi nell'urna del santo e una composizione dal timbro "francescano", dove compare il meccanismo quasimodiano della "riduzione": guardando fisso dentro l'urna il poeta immagina infatti di essere tornato indietro, verso le origini remote della vita, fino a identificarsi con la vegetazione dei fondi lacustri ("mi devasta oscura mutazione / Santo ignoto: gemono al seme sparso / larve verdi: / il mio volto e loro primavera"). Dammi il mio giorno registra la riduzione massima, fino alle forme piu elementari dell'esistenza, cosicche' il poeta viene ad identificarsi con un "fossile emerso da uno stanco flutto": un mistico rapimento francescano dinanzi alle creature dell'universo aleggia in tutto il componimento, che gia' nei versi d'apertura appare scandito da un ritmo intenso di preghiera affinche' l'uomo oppresso da una civilta' corrotta possa tornare ad assumere il volto "liscio e purissimo" dell'infanzia. L'ultimo tempo, infine, e' rappresentato dalla lirica Amen per la domenica in albis in cui prevale la soluzione agostiniano-fracescana della conversione illuminata dalla grazia: "non m'hai tradito, Signore / d'ogni dolore son fatto primo nato"(45).

Dalle considerazioni sopra svolte la datazione di questo gruppo di sei poesie puo essere stabilita con buona approssimazione tra il 1925 e il 1930, negli anni cioe' del massimo accostamento alla fede cristiana e corrispondenti al ritorno temporaneo del poeta a Reggio Calabria: non a caso e' "Signore" il vocabolo emergente nel lessico quasimodiano di questo periodo. In una lettera indirizzata a Pugliatti nel luglio 1930 La Pira distingueva lucidamente nella poesia di Quasimodo il "periodo romano" soffocato dalla sofferenza e dal tormento interiore e il "periodo reggino" in cui una nuova liberta' spirituale "feconda il canto e ne rende armoniosa e finissima l'eco infinita", per sottolineare poi nei confronti del collega non credente come "il liberatore da un servaggio che offuscava l'anima" non potesse esser altro che il Dio cristiano finalmente riconosciuto dal comune amico (46).
La collocazione di queste liriche in Oboe sommerso non deve pero' ingannare, poiche' quando il volume viene dato alle stampe nel 1932 le certezze cristiane di Quasimodo sono ormai svanite. Ce ne da' conferma l'allentamento del rapporto umano ed epistolare tra il poeta e La Pira, il quale chiede invano notizie e s'interroga se "non s'e' spenta l'amicizia antica" (47); in un'altra lettera senza data (ma certamente riferibile alla meta degli anni '30) egli quasi supplica: "e' tanto che non ci si scrive! Toto' caro, non lasciare senza alimento la lampada della tua anima; la voce di Cristo non passi senza echi nell'intimo della tua vita" (48).
Il misticismo cristiano degli anni '20 non si dissolve certamente d'un tratto, cosicche' nel volume Erato ed Apollion edito nel 1936 permangono accenti di religiosita' cattolica, come nella lirica Primo giorno, in cui l'idea della morte e' associata al senso salvifico del Dio cristiano che muore sulla croce: "e' Tuo il mio sangue,/ Signore: moriamo". Oppure si rileggano i versi angosciati dell'altra lirica Al Tuo lume naufrago: "Tu m'hai guardato dentro/ nell'oscurita' delle viscere: / nessuno ha la mia disperazione / nel suo cuore. / Sono un uomo solo / un solo inferno". Dall'inferno al paradiso, dal paradiso all'inferno. L'itinerario religioso quasimodiano ha una progressione ciclica, segnata dal tormento di una fede irrisolta: "il Tuo dono tremendo / di parole, Signore / sconto assiduamente".
In questa terza raccolta, tuttavia, la linea di sviluppo della poesia quasimodiana si e' profondamente modificata, distaccandosi dagli influssi lapiriani. Il carteggio dei tardi anni '30 con la Cumani documenta che l'ansia di salvezza in Quasimodo e ormai separata dal Dio cristiano, cosi' da giustificare la polemica contro i rigidi schemi della morale cattolica. "Vorrebbero salvarti il corpo e l'anima - scrive il poeta nel marzo 1937 - e i metodi sono quelli adoperati da secoli per il gregge umano. Ma non e' questa la Misericordia che predica la Chiesa.
Noi non guarderemo i sepolcri imbiancati" (49). Neppure in questo caso si tratta di un coerente approdo al laicismo, poiche' al superamento della matrice agostiniana corrisponde in Erato ed Apollion il recupero di una tensione religiosa piu dilatata, dal ritmo eracliteo, immanentistica.
In un acuto saggio Giuseppe Zagarrio ha colto nella poesia di Quasimodo l'emergere di una fonte mistica premedievale, quella derivata dalla filosofia pitagorica e dall'orfismo dei misteri eleusini, che si estrinseca nell'identificazione animistica tra l'uomo e la natura (50).

Nel corso degli anni '30 sono l'accostamento filologico alla letteratura classica e' l'attivita' di traduzione dal greco e dal latino a mediare poeticamente questo ineffabile rapporto cosmico tra natura ed umanita'. L'intreccio tra motivi classici e medievali, orfici e cristiani, diventa da questo momento una chiave obbligata per decodificare il Quasimodo piu "difficile" e per penetrare nella struttura della poesia piu' ermetica. Nel linguaggio quasimodiano ora si unificano mitologia classica e simbologia cristiana, cifra orfica e cifra liturgica. Fra i tanti esempi possibili, si rilegga almeno Sul colle delle terre bianche, dove il tema francescano dell'"umiliazione" si combina con i moduli ovidiani della riduzione ai fenomeni del mondo vegetale: "con gli alberi mi umilio/ infermo verde". E nella stessa lirica l'immersione finale nel magma vitale dell'universo ritorna a significare una nuova "ansia di canto" per depurare nel mito metamorfico la propria coscienza tormentata:


e fammi vento che naviga felice
o seme d'orzo o lebbra
che si esprima in pieno divenire
e sia facile amarti
in erba che la luce accima.


Bibliografia

1) S.Pugliatti, Parole per Quasimodo, Ragusa, 1974.
2) S.Quasimodo - G.La Pira, Carteggio, a cura di A. Quasimodo, Milano, 1980; G. La Pira, Lettere a Salvatore Pugliatti (1920-1939), a cura di F. Mercadante, Roma, 1980; G. La Pira, Lettere a casa, a cura di D. Pieraccioni, Firenze, 1982. Per un sintetico profilo biografico v. A. Fanfani, Ciorgio La Pira. Un profilo e ventiquattro lettere, Milano, 1978, nonche' i saggi contenuti nel numero monografico della rivista "Testimonianze", aprile-luglio 1978.
3) G.Barone, Un mezzogiorno diverso tra arretratezza e sviluppo, "Bozze", n.4 luglio-agosto 1982, pp. 61-92. V. pure l'aggiornato quadro statistico offerto da G. Chessari, L'altra Sicilia. L'economia della provincia di Ragusa nel contesto regionale e nazionale, Ragusa, 1981.
4) Manca a tutt'oggi una ricostruzione storica dei processi di trasformazione socioeconomica dell'area iblea in periodo postunitario. Per i primissimi anni dopo l'Unita alcuni essenziali riferimenti nel mio Ideologia e politica nel Fra' Rocco (1860-1862) e nel contributo di G. Giarrizzo, La societa' rurale del modicano, entrambi pubblicati nel volume Serafino Amabile Guastella e la cultura contadina nel modicano. Atti del convegno (Modica-Chiaramonte Gulfi, 13-16 marzo 197S), in "Archivio Storico per la Sicilia orientale", a. LXXV, 1979, fasc. 1, pp. 87-98 e 123 -148. Va segnalata la recente opera di L. Sciascia-G.Leone, La contea di Modica, Milano, 1983, splendida sotto il profilo iconografico ma approssimativa e lacunosa nel testo. Una riconsiderazione aggiornata dell'economia siciliana nel periodo 1860-1880 in G. Astuto, Agricoltura e classi rurali in Sicilia (1860-1880), "Annali 80", Dipartimento di Scienze storiche della Facolta' di Scienze Politiche dell'Universita di Catania, 1982, pp. 5-79.
5) Sugli effetti della crisi agraria nell'isola cfr. AA . W ., I Fasci siciliani. Nuovi contributi ad una ricostruzione storica, 2voll.,Bari 1975-76;F. Renda, I Fasci siciliani 1892-94, Torino, 1978; G.Barbera Cardillo, Economia e societa' in Sicila dopo l'Unita' 1860-1894, Geneve, 1983, Su un registro diverso dall'analisi storica v. pure il volume di G.Iacono-F.Meli, Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale, (con introduzione di G.Bufalino), Palermo, 1978, che raccoglie una selezione del ricco archivio fotografico della famiglia lacono della fine del XIX secolo.
6) G. Barone, Ristrutturazione e crisi del blocco agrario Dai Fasci siciliani al primo dopoguerra, in AA.W., Potere e societa' in Sicilia nella crisi dello Stato liberale, Catania, 1977, pp. 3-145. Cfr. pure i numerosi e documentati contributi di G.Micciche', La ripresa socialista nella Sicilia sud-orientale all'inizio del secolo, "Movimento operaio e socialista", 1964, n. 1; All'indomani della grande guerra Riformismo e massimalismo nella Sicilia sud-orienrale, ivi, 1966, n.2; ll suffragio universale e l'avanzata dei lavoratori nella Sicilia sud-orientale, ivi ,1967, n. 1; La Sicilia orientale dall'occupazione delle terre al fascismo 1919-1922, ivi, 1970, n.1 Dello stesso autore v. pure Dopoguerra e fascismo in Sicilia, Roma, 1976.
7) Sui processi endogeni di mobilita sociale nell'isola cfr. S.Lupo - R. Mangiameli. La modernizzazione difficile: blocchi corporativi e conflitto d i classe in una societa' arretrata, in AA.VV., La modernizzazione diff icile. Citta' e campagne nel Mezzogiorno dall'eta' giolittiana al fascismo, Bari, 1983, pp. 217-262. Sui rapporti di parentela tra il poeta modicano e lo scrittore siracusano v. le notizie riportate da Rosa Quasimodo, Vittorini e Quasimodo nelle memorie d i Rosina, "Osservatore politico e letterario", dicembre 1981, n. 12.
8) P.M. Sipala, n quaderno di poesie del ragazzo Quasimodo, in AA. VV., Quasimodo: I'uomo e il poeta, Cittadella editrice, Assisi 1983, p. 100.
9) Per questi aspetti cfr. N. Tedesco, L'isola impareggiabile. Significati e forme del mito di Quasimodo, La Nuova Italia, Firenze 1977, pp. 3-87.
10) F.S.Nitti, Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata e in Calabria (1909), in Scritti sulla questione meridionale, a cura di P. Villani e A. Massafra, Laterza, Bari, 1968, pp. 57-59. Sulla valenza metodologica di questa tematica nelle nuove ricerche di storia sociale cfr. I'acuto saggio di P. Bevilacqua, Catastrofi, continuita', rotture nella storia del Mezzogiorno, "Laboratorio politico", 1981, n. 5-6, pp. 177-219.
11) In tal senso la testimonianza raccolta dal figlio Alessandro Quasimodo, Immagini nello specchio della memoria, in Salvatore Quasimodo. Atti del convegno nazionale di studi, Siracusa-Modica26-27-280ttobrel973, a curadi P.M. Sipala ed E. Scuderi, Tringale editore, Catania, 1975, p. 19. Ulteriori indicazioni nel testo teatrale curato sempre da A. Quasimodo, Operai di sogni, in AA.W., Quasimodo: I'uomo e il poeta, cit., pp. 11-63.
12) Sulla disastrosa alluvione de 1902 cfr. La ricostruzione scientifica delle cause fatta dal geografo P. Revelli, n comune di Modica, Sandron, Palermo 1904, pp. 204-229 (oggi in ristampa anastatica della casa editrice Atesa, Bologna, 1984). Ma per una piu' partecipata storia sociale dell'evento v. pure il piu recente contributo di G.Modica-Scala, La grande alluvione, Edizione "Voce Libera", Modica 1969.
13) S.Pugliatti,"Esilio" e "ritorni" nella poesia di Salvatore Quasimodo, in Parole per Quasimodo, cit., pp. 155-165.
14) S.Pugliatti, Quasimodo a Messina; i primi passi, in Parole per Quasimodo, cit. pp.37-38.
15) G. Raneri, Ricordo di La Pira, "La Gazzetta del Sud" 3 dicembre 1977; IDEM, Quando La Pira studiava a Messina, 19 febbraio 1978 entrambi gli articoli sono ripresi, insieme ad altra interessante documentazione inedita, da G.Miligi, Quelli del tecnico: ritratto di gruppo, in Scritti in onore dell'lstituto Tecnico commerciale "Antonio M. Jaci" di Messina nel CXX anniversario della fondazione (1862-1982, Messina, 1982, Tomo primo, pp. 69-110. Nello stesso volume v. pure l'attento contributo di F. Mercadante, Ciorgio La Pira: un intellettuale cattolico tra le due citta, ivi, pp. 205-258.
16) S.Pugliatti, Quasimodo a Messina: i primi passi, in Parole per Quasimodo, cit., pp. 38-39. Per una riconsiderazione critica delle avanguardie letterarie isolane cfr. il contributo di R.M. Monastra, Origini e risvolti politico-sociali del futurismo siciliano, "Archivio storico per la Sicilia orientale", 1981, fasc. 1, pp. 151-169. Sui rapporti di La Pira con gli ambienti futuristi siciliani v. pure G. Miligi, La sicilianita' di Giorgio La Pira. Un carteggio inedito con Vann'Anto', "Cronache di una provincia", Ragusa, dicembre 1980, nn. 3-4, pp. 40-50. Per alcune valutazioni di carattere generale sull'ideologia regionalista di molti intellettuali siciliani negli anni a cavallo della prima guerra mondiale (e da cui neppure La Pira resto' immune) rimando al mio saggio Antonio Aniante dal sicilianismo al fascismo: itinerario di un intellettuale deluso, in Atti del convegno nazionale su Antonio Aniante, Catania, 1984, pp. 75-105.
17) G. La Pira, D'Annunzio, Verga, G. Da Verona, "La Nave", a. IV, n. 1 pp. 13-17, cit. da F. Mercadante, Presentazione al volume di G. La Pira, Lettere a Salvatore Pugliatti, cit., p. 19.
18) Sulle posizioni politiche di La Pira nel primo dopoguerra v. I 'acuto e documentato volume di G. Miligi, Gli anni messinesi di Giorgio La Pira, Milano, 1980.
19) S.Pugliatti, Quasimodo a Messina, cit., pp. 49-50.
20) F.Mercadante, Presentazione, cit., pp. 27-32.
21) S.Quasimodo, Profughi, "Settimana Illustrata", 16 dicembre 1917, ripubblicata in S.Quasimodo-G.La Pira, Carteggio, cit., pp. 52-53.
22) Per un'analisi delle lotte di potere nella Messina del dopo-terremoto rimando al mio saggio sull'uso capitalistico del terremoto: blocco urbano e ricostruzione edilizia a Messina durante il fascismo, "Storia urbana", 1982, n.19, pp. 47-104. V. pure M.Saija, Un "soldino"contro il fascismo. Istituzioni ed elites politiche nella Sicilia del 1923, Catania, 1981. Per una ricostruzione delle vicende storiche post-unitarie della citta cfr. G.Barbera Cardillo, Messina dall'Unita all'alba del novecento, Geneve, 1981.
23) L'articolo e ripubblicato in appendice al volume di G.Miligi Gli anni messinesi, cit., pp. 118-124. Per un commento critico a questo testo v. infra, pp. 64-70.
24) La Pira a Quasimodo 4 ottobre 1922, in Carteggio, cit., pp. 58-59.
25) La Pira a Pugliatti, 24 luglio 1920, in Lettere a Pugliatti, cit., pp. 54-57.
26) M.Gambuzza, Non ti fidare dei preti!, "La vita diocesana" (Noto), 17 novembre 1978, n.41.
27) G.Miligi, Gli anni messinesi, cit., pp. 59-88. V. pure il romanzo postumo di G . Ghersi, La cind e la selve, Milano, 1983, e le considerazioni critiche dello stesso G.Miligi, il "caso Ghersi", "Nuova rivista europea", 1983, n.9 pp. 59-68. Al riguardo cfr. la documentazione pubblicata da F. Mercadante, Un carteggio La Pira-Chersi: alla ricerca della storia", ."lustitia", 1979, pp. 347-377. Le undici lettere dello scrittore messinese a La Pira sono anche ristampate in appendice al volume di Miligi, op.cit.. DD. 98-110.
28) Sulla cultura cattolica tra le due guerre in Italia cfr. G.Baget-Bozzo, ll partito cristiano al potere. La D. C. di De Gasperi e di Dossem 1945-1954, Firenze,1974, vol. I, p. 45 sgg. V. pure la voce Cristianesimo sociale curata da G.Brezzi, in Il mondo contemporaneo Storia d'Europa, Firenze, 1980, volume primo, pp. 184-206, e l'antologia I cattolici tra fascismo e democrazia, a cura di P.Scoppola e F.Traniello, Bologna, 1975.
29) G. La Pira, Prefazione al volume di Romero Carranza, Ozanam e i suoi contemporanei, Firenze ,1954. Sulla formazione del pensiero cattolico lapiriano cfr. i recenti contributi di G. Galeazzi, Maritain e La Pira: aspetti di un confronto, "Aggiornamenti sociali", 1980, n.1 pp. 31-43, e di G.P. Melucci, La Pira e Ozanam, testimoni cristiani di un'eta' di transizione, ivi 1982, n.4, pp. 299-310.
30) Cfr. Io scritto di G.La Pira, La missione del dotto, "Azione fucina", 24 marzo 1944, ora ripubblicato nel mensile della Fuci "Ricerca", 1977, nn. 10-12.
31) La lettera di La Pira a Quasimodo in Carteggio cit., pp. 69-76.
32) Il testo e riprodotto in S.Quasimodo - G. La Pira, Carteggio pp. 27-39. Sul ritrovamento del poemetto V. Le osservazioni di Alessandro Quasimodo, Introduzione, ivi, pp. 8-9. V. pure la recente riproduzione fotostatica del quaderno giovanile di S . Quasimodo, Bacia la soglia d ella tua casa a cura di E . F. Accrocca, Siracusa 1981.
33) V. la recensione di La Pira ad un altro componimento coevo di Quasimodo dal titolo Il bimbo povero, ora pubblicata in Carteggio cit., pp. 40-41.
34) G. Barberi Squarotti, La critica quasimodiana, in AA.W., Quasimodo: I'uomo e il poeta, cit., pp. 166-184.
35) Per le valutazioni di S.Solmi, cfr. le sue Introduzioni alle raccolte Erato e Apollion, Milano, 1936, Ed e' subito sera, Milano, 1942; C.Bo, Condizione di Quasimodo, in Otto studi,, Firenze 1939; O.Macri', La poetica della parola (Quasimodo) in Esemplari del sentimento politico contemporaneo, Firenze, 1941. Piu di recente v. pure le osservazioni di G. Padellaro, Trittico siciliano. Verga, Pirandello, Quasimodo, Milano, 1960, p. 106 sgg.: E. Scuderi, Scrittori e critici di Sicilia, Padova, 1970;L. Angioletti, Proposta per una lettura di Salvatore Quasimodo, in AA.VV., Quasimodo e la critica, a cura di G.Finzi, Milano, 1969.
36) F. Camon, Il mestiere di poeta Autoritratti critici, Milano ,1965, p. 93 sgg.
37) Quasimodo a La Pira, 26 gennaio 1922, in Carteggio, cit., pp. 128-129.
38) Quasimodo a La Pira, 19 marzo 1923, ivi p. 133. 39) Le lettere sono tutte riportate ivi pp. 136-143.
40) La Pira a Quasimodo, 8 dicembre 1927, ivi pp. 79-83.
41) La Pira a Quasimodo, 22 luglio 1928, ivi, pp. 93-100.
42) ivi pp. 101-105.
43) S . Quasimodo, il poeta e il politico e altri saggi, Milano ,1961, p. 51. Per la valutazione critica di F. Mercadante v. la sua Presentazione, cit., p. 40.
44) Al riguardo cfr. la testimonianza del poeta nella gia' citata intervista di F. Camon, Il mestiere di poeta, cit., p. 93. Su di essa e tornata di recente I. Scarannucci, Il carteggio Quasimodo - La Pira, in AA.W., Quasimodo: I'uomo e il poeta, cit., pp. 108-122.
45) Cfr. al riguardo la penetrante lettura critica di queste liriche nel saggio di G. Zagarrio, Quasimodo, Firenze, 1969, pp. 37-47.
46) La Pira a Pugliatti, luglio 1930, in Lettere a Pugliatti, cit., pp. 106 110.
47) La Pira a Quasimodo (datata <>), in Carteggio, cit., pp. 123-124.
48) ivi,p.126.
49) Quasimodo a Maria Cumani, 24 marzo 1937, in S.Quasimodo, Lettere d'amore a Maria Cumani 1936-1959, Milano, 1973, pp. 27. Al riguardo cfr. le considerazioni di R. Grillo, Fermenti religiosi nella poesia di Salvatore Quasimodo, in AA.VV., Quasimodo: I'uomo e il poeta, cit., pp. 200-220.
50) G.Zagarrio,op.cit.,pp.48-64.

 

Note legali, Cookie Policy e Privacy - info@sicilyweb.com