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Anna De Stefano

Un ignoto disperato messaggio
di Quasimodo a D'Annunzio

Fra le carte custodite negli Archivi del Vittoriale ho rinvenuto un documento sconosciuto, attestante una fuggevole tangenza epistolare, ancorche' a senso unico, tra il ventenne Quasimodo e il vate d'Italia:

Roma, 12.XI.XXII
"Lux lucet in tenebris".

Maestro,
Alcuno conosce il mio tormento; 
ma a Voi oso chiedere una parola: di fede o di morte. Salute Salvatore Quasimodo Via Chiodaroli, 8 Roma (15)

Questa appassionata e perentoria invocazione (1) a Gabriele D'Annunzio accompagnava l'invio di un poemetto giovanile di Quasimodo: Il fanciullo canuto (2), rimasto a lungo inedito (3). La manomissione laica dell'epigrafe evangelica (4) e funzionale all'attribuzione della luce al poeta abruzzese (5). La "fede" e la "morte" che fremono nel biglietto quasimodiano risultano un viatico generazionale (6) e sembrano attraversare fatalmente il testo del poemetto, che, pero', e' rimasto sommerso, nonostante tutto, per volonta' dello stesso poeta.
Il primo ritrovamento di esso si deve a Girolamo Rampolla del Tindaro (7), figlio di Federico (8), interlocutore culturale di Quasimodo e di Pugliatti e maestro carissimo a La Pira (9), e nipote del Mariano monsignore, iniziatore agli studia humanitatis del poeta; che, com'e' noto, dopo il conseguimento della maturita' tecnica a Messina, si trasferi a Roma per frequentare la Facolta' di ingegneria (10) La segnalazione del rinvenimento, avvenuto a Roma nel 1959, non parve accendere gli entusiasmi dell'autore, che non ne permise la pubblicazione (11).
. Pugliatti ha appena accennato alla prima redazione del poemetto, la cui composizione assegnava al 1919; piu' diffusamente, invece, ha narrato la vicenda della seconda (12). Il poemetto fu inserito in un corpus manoscritto che accoglieva una rigorosa scelta delle composizioni poetiche elaborate tra il '17 e il '28, rivedute dall'autore: "Ho frugato tra le mie carte, bruciando e mutilando" (13). Proprio attraverso questa scelta e queste mutilazioni alcune liriche sono confluite nella prima stesura di Acque e terre. Quelle rifiutate, poemetto compreso che, pur nella nuova veste, veniva "condannato" (14), furono affidate all'amico che ne giustificava il rigetto, come stato di permanente "furore critico". Solo molti anni piu' tardi Pugliatti, privilegiato amico e custode delle testimonianze delle sperimentazioni poetiche del primo Quasimodo, ne decide la pubblicazione, e solo dopo l'exit con l'editrice Apollinaire, corredandola anche con la notizia di alcune varianti, scritte e matita, apposte dall'autore sull'autografo del rifacimento da lui custodito (15).
Quanto ai tempi di composizione, a parte la testimonianza di Pugliatti, occorre rilevare che proprio agli anni 1922-'23 risalgono le sole notizie documentate che per ora si hanno sul poemetto, certo non definitorie ma rilevanti per sollecitare una piu' motivata riflessione sul problema. E innanzitutto come si e' visto, e del novembre 1922 l'invio del poemetto a D'Annunzio. Ed allora avra' pure un suo significato il fatto che solo in quegli anni nella corrispondenza di La Pira, al quale il poemetto era dedicato, e' possibile rinvenire riferimenti al Fanciullo canuto. In una lettera del 4 ottobre '22 si propone una chiave di lettura evangelica del poemetto, entro un paradigma sacrificale che trova il suo approdo nell'aspirazione dello scrivente ad intensi momenti di tensione verso l' "Assoluto" (16); ed in un'altra (priva di data, ma databile per un terminus a quo, che si puo riconoscere nell'espressione "da 1923 anni") s'accampa, in sintonia con i fermenti ideologici del poemetto, l'esaltazione dei "pezzenti" e di coloro che hanno perso "il corpo per tempo" (17).
Tutte testimonianze, dunque, del '22 che segnalano almeno un ritorno e un recupero di certa giovanile produzione del provinciale poeta (che doveva avvertire ormai il soffocamento dei ristretti limiti della provincia) e un tentativo, anche alquanto goffo ed ingenuo, di proporsi all'attenzione della ribalta nazionale. Che a Roma, e non solo a Roma, nel '22 e a qualche settimana appena dalla Marcia su Roma, era tutta dominata dal Vate D'Annunzio.
Nel Fanciullo canuto affioravano ricordi culturali dell'adoloscenza ("leggevamo Dante, Platone, la Bibbia" (18)) e convergevano suggestioni letterarie recenti e remote insieme; vi spirava, soprattutto, un soffio tardodecadente. Il motivo della betise, esplicitato nell'epigrafe "Le bestie divine", assunta a titolo del ciclo poetico aperto dal Bimbo povero, ha infatti il gusto tutto baudelairiano dell'esasperazione ossimorica ("schiavo e padrone") e al tempo stesso della celebrazione di un'umanita' derelitta. Colorito con questa tinta baudelairiana (rafforzata, peraltro dai vari motivi, come quello del pipistrello [non recepito nel rifacimento] quello dei vermi, dell'esistenza deragliata dei mendicanti, degli umiliati nel fisico, della comprensenza delle "rose putride" e della "lebbra": motivi, tutti, comunque riscontrabili nel primo Quasimodo (19)) e, piu' in generale, decadente di gusto francese (20), il poemetto (dal quale, peraltro, non sono lontane alcune risonanze nostrane, soprattutto pascoliane) recuperava anche l'immagine e le valenze di un topos antico e suggestivo, e pero' patrimonio ormai di un comune bagaglio di riflessioni e di definizioni (assunto quasi in ambito paramiologico (21)), su cui il poeta ha accordato la sua scrittura: il motivo del puer senex (22). Solo che i richiami alle accensioni bibliche che ravvivano il canto della "vita / con la voce di Dio sopra la terra" e la considerazione della sofferenza che si dilata nel racconto delle ingiustizie, della fame patita, del bisogno esasperato fino allo stremo della tolleranza, marcando un itinerario bipolare: abisso-luce, illuminano il topos del puer senex di luce cristiana. E sono rivoli e suggestioni culturali, comunque, che derivavano da un confuso appassionato giovanile esercizio di lettura (23), che ha, naturalmente, lasciato tracce cospicue nelle prove del tirocinio poetico quasimodiano. Anche, e' ovvio, nel Fanciullo canuto (24), dove, anzi, e a proposito della giovanile attenzione alla scrittura dannunziana, ma anche delle ragioni della disperata deferente presentazione del poemetto proprio a D'Annunzio, e' possibile, tra l'altro, reperire pure certo copioso ed insospettato armamentario quasimodiano che trae alimento dalla preziosa e costruita scrittura di quel poeta "laureato" (25).

UN VISO DURO, SQUADRATO DAL DOLORE,
APPARE, SEMPRE, AL  MIOPE  DOTTORE
COME  QUALCOSA CHE OCCORRA  MISURARE,
A MILLIMETRI  ESATTI.
NEI GABINETTI  DI STUDI  CRIMINALI.

OMBRE  LUNGHE, SCHELETRICHE, SALIVANO AVVINGHIATE
A CHIEDERE, A PREGAPE, OMBRE  MENDICANTI,
STRACCI AL VENTO STESI DALLA LUNA
CHE  SPUTAVA VERDASTRO TRA  LE SBARRE,
TISICA,GIALLA COME UN  GIRASOLE.

POI, NEL VESPERO PIANSERO LE RONDINI
E UNA CALMA SERAFICA
SCESE NELL' ANIMA PIAGATA.

VERO, NON CANTANO LE RONDINI,
COM' E'  DOLCE  DIRE DAI POETI.
PIANGONO D' ESSERE  TORNATE.
IL LORO VOLO E' SENZA ALCUNA META :
CON L'ALI CHIUSE SI LASCIANO CADERE
COME CHI PENSI SEMPRE A SCOMPARIRE
MA, C'ERANO SEMPRE RONDINI NEL MONDO?


APPENA  FIORI , LO VIDI SU LA STRADA,
QUASI PARALITICO, DISTEATTO.
DISSE CH'AVEVA ATTESO TUTTI I GIORNI;
ANCORA PERDONAI, SEMPRE HO PERDONATO.

(1) Lettera autografa, conservata senza segnatura; in calce, di mano diversa, si legge l'annotazione: "chiede giudizio versi".
(2) In copia dattiloscritta, e in lettere maiuscole, conservata anch'essa, senza segnatura, negli Archivi del Vittoriale. Consta di dieci fogli numerati, utilizzati solo sul recto: sull'ultimo il nome e il cognome dell'autore, scritto anch'esso a macchina. Il poemetto e' diviso in undici parti, scandite con cifre arabe, ma con l'omissione del n.1 e con la ripetizione del n.6, e quindi con una successiva erronea numerazione. Si rilevano alcuni interventi correttori di errori meccanici da parte dell'autore e alcune integrazioni di sua mano di carattere minuto e con lo stesso tipo di inchiostro nero per ovviare ad omissioni di battitura: e precisamente al f. 4,2, v.9 Dio in interlinea tra solo e povero; al f .8,6 [da intendere, pero', 7] sul margine destro della prima strofa di cinque versi e l'ultimo verso di questa parte.
3) Fu pubblicato postumo: la prima volta con dedica "a G. La Pira / che sa piangere presso la mia anima", in Le lettere d'amore di Quasimodo, Apollinaire, Milano 1969; e in successiva rimaneggiata ridotta redazione, nella quale la dedica a La Pira non appare, da S.Pugliatti, Inediti di Quasimodo, "L'Osservatore politico letterario", febbr. 1971, 2.
(4) Johan. 1,5: "Lux in tenebris lucet".
(5) In un'altra occasione Quasimodo, scrivendo a La Pira, sempre in epigrafe, richiama lo stesso testo evangelico, ma con la formula "Lux in t." (cart. postale del 19.12.'23, in S.Quasimodo - G. La Pira, Carteggio [= C], a cura di A. Quasimodo, All'insegna del pesce d'oro, Milano 1980, p 136). Puo' avere un significato il fatto che a distanza di tanti anni - nel 1946 - scriveva un' introduzione proprio a una lettura del Vangelo secondo Giovanni (ora in Il poeta e il politico e altri saggi, Schwarz, Milano 1960, pp. 69-72).(6) Anche G. La Pira, D'Annunzio, Verga, C. da Verona, articolo apparsio in "La Nave" del genn. 1921, esaltava il " rinnovarsi o morire" e lo specchiarsi in D'Annunzio insieme con "tutto un popolo che risorge". Lo stesso Quasimodo in una lettera a Pugliatti (del 29/1/29), scriveva: "sara' la prima o l'ultima battaglia. Vita o morte" (in Parole per Quasimodo [=PQ], Xlll premio Vann'Anto', Ragusa 1974, pp. 51-52).
(7) Come appare dalla lettera scritta al poeta il 26-10-'59 pubblicata in C. pp. 25-26.
(8) Due lettere di Quasimodo a F. Rampolla del Tindaro sono state pubblicate da F. Mercadante, in "L'Osservatore romano", 13 luglio 1980.
(9) G. Miligi, Gli anni messinesi di Giorgio La Pira, All'insegna del pesce d'oro, Milano 1 980, passim .
(10) M.Tondo, Salvatore Quasimodo, Mursia, Milano 1976, p. 11.
(11) Quasimodo, scrivendo a Pugliatti, il 28 dic. del '59 manifestava il suo disappunto per il rinvenimento del poemetto: "Il docente romano [...] asserisce di avere il manoscritto del Fanciullo canuto [. . .] Spero che il Rampolla non pensi di pubblicarlo senza il mio consenso, consenso che non gli daro' mai" (PQ, p. 170). E quasi certamente il poeta ignorava allora che il testo in possesso del Rampolla, rispecchiava addirittura la prima redazione del giovanile poemetto. Girolamo Rampolla deceduto qualche anno fa, chiuse la sua carriera col grado di questore e non fu mai docente, come afferma la sorella Teodora del Tindaro, che io qui ringrazio .
(12) PQ, p. 169: "Nel 1919 Salvatore Quasimodo compose dei "poemetti" che rimasero inediti. Uno di questi ha per titolo Il fanciullo canuto. E' compreso nel manoscritto da lui donatomi nel 1930, che porta il titolo I notturni del Re silenzioso; fa parte, cioe', delle poesie che egli ritenne di poter salvare, trascrivendole dai foglietti sparsi che aveva conservati nelle sue peregrinazioni da Messina a Roma e da Roma a Reggio Calabria". Questa testimonianza di un momento compositivo messinese va estesa anche ad un'altra composizione, Il bimbo povero, dal sopratitolo ciclico Le bestie divine.
(13) Quasimodo in una lettera a Pugliatti del 29 genn. 29 in PQ, p. 30.
(14) PQ, p. 170: "del resto anch'io fui d'accordo di non pubblicarlo e di non pubblicare altre poesie raccolte nel manoscritto del 1929".
(15) Non mi e' stato consentito l'accesso ad alcuna delle carte quasimodiane in possesso dell'illustre studioso scomparso. L'autografo del poemetto - cioe' del suo rifacimento - sarebbe stato redatto in pochi giorni dal poeta "colla sua solita scrittura lapidaria", frontespizio compreso: cfr. PQ, p.52.
16) In C, pp. 57-68: "se anco questo fascio di luce gettato su un estremo e complesso organismo di sollevamento, sul congiungimento di tre sommi valori - la mendicita' suprema e purificata, la credenza in Dio, e la Restaurazione del Fanciullo nel tramonto canuto dell'essere - non ha del tutto tratto a possesso nostro questo Miracolo di perfezione, pure e' gia' assolto il compito per l'uomo: tu ti sei posto assieme a coloro che arrivati a compimento, a catarsi perfetta, a congiungimento con Dio ritornano con purezza sulla loro strada a rifare il cammino della prima tappa".
(17) In C, pp. 69-76:"soffermati sui piu' poveri, quelli piu simili ai mendicanti ed ai malati di Galilea, che facevano corona al Figlio durante la sua poverta' terrena: gli epilettici, gli storpi, i moribondi: tutta gente che ha perduto il corpo per tempo".
(18) PQ, p. 38.(19) Nel Seminatore di candide leggende: "Piu' non crederai nel tuo signore / che tortura la carne con la lebbra"; ne La donna dell'uomo taciturno: "baciando [. . .] le mani del lebbroso", entrambe in Salvatore Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, a cura di G.Finzi, Mondadori, Milano 1971, pp. 772-775.
(20) E valga, almeno, di C.Baudelaire, l'introduzione Au lecteur ne Les fleurs du mal, gli Spleen e i Tableaux parisiens, Feltrinelli, Milano 1977.
(21) Per cui e' lecita una lettura nel segno dell'etnografia. Ed e', pertanto, evidente la pertinenza al tema della reincarnazione dell'uomo vecchio in fanciullo. A tal proposito: almeno S. Thompson, Motif index offolk literature, Indiana University, Press 1956, II, p. 483, tipo E. 605.7: "Man reincarnated as child". Ed inoltre, G. Cocchiara, Genesi di le leggende, Palumbo, Palermo 1941.
(22) Le origini e la fortuna, di questo topos dalle vaste risonanze sono state indagate da E.R. Curtius, Europaische Literatur und lateinisches Mittelalter, Francke Ver lag, Bern und Muchen 1948, pp. 108-112. Alle esemplificazioni si potrebbe aggiungere Hes., Opera et dies, 180-181.
(23) S . Pugliatti, PQ, pp . 38-39, ha diffusamente illustrato la formazione di Quasimodo e i suoi "primi passi"; oltre Dante , Platone , la Bibbia, "leggevamo", scriveva il 'soave amico' di Vento a Tindari, "Tommaso Moro e Tommaso Campanella, Erasmo da Rotterdam, gli scrittori russi specialmente Dostojevschij; ma ci incantava ancheAndrejev coi Sette impiccati - che faceva pendant con Davanti alla ghigliottina di Dostojevschij - e sopra tutto ci interessava il Riso rosso, per la tinta di simbolismo che lo imparentava agli scrittori francesi . " Ma tra le letture c'erano anche gli scritti di Gorki, Mallame', Verlaine, Baudelaire; e poi la frequentazione - mediata da Satullo, insegnante di lettere al tecnico - dai banchi di scuola con le opere di De Sanctis, Manzoni, D'Annunzio, impietosamente smontato dall'antidannunziano Satullo, che "spietatamente" dimostrava "l'inconsistenza umana e psicologica de La figlia di Jorio". E loro, gli allievi con il maestro Satullo, consideravano Giovanni Episcopo "imitazione" e "calco" dostojevschiani "retorici e provinciali".
(24) In Acque e terre, Solaria, Firenze MCMXXX, p. 68, nella lirica Cicale, in seguito espunta, e ripubblicata nella rivista pattese "Vita nostra" del 31 ott. '32, si ha "Canuto di polvere, il rovo di siepe".
(25) Gia' e' da rilevare che lo stilema "canuto" attraversa l 'Alcione; Anniversario orfico, col topos omerico delle "schiume canute"; Maia, Laus vitae, IV, V, V; Asterope, Preghiere dell'Avvento, II; ed ancora le Odi navali, nelle quali ricorre un paio di volte nella lirica Pel battesimo di due paranze. Ma e' tutta l'area poetica del primo Quasimodo che risente di modi e di calchi dannunziani, come si puo' ricavare da una rapida e provvisoria esemplificazione (che trovera' altrove piu' corposa e motivata misura), che investe anche il piano della poetica. Cosi', proprio nel Fanciullo canuto, "cave sono, allora le parole", testimonianza, peraltro (insieme con le "parole non dette" della lirica La fontana notturna, appartenente alla raccolta Bacia la soglia della tua casa, II) delle prime operazioni di ricerca sulla 'parola' che saranno poi tenacemente perseguite, riconduce al clima dannunziano di puntigliosa ricerca formale esaltata nel sonetto 'Parola', posto ad epilogo del Poema paradisiaco. E sono poi da registrare i frequenti segni di un linguaggio simbolico ('carne', 'fame', 'cani', 'pioggia che lava', 'mendicanti', 'la cieca', e il suo 'delirio', il legno 'scarnito da mano di pastore', l'uccisione del bambino, le 'rose sfatte', le 'mortelle') che, mentre trova precisi riscontri del linguaggio rituale che circola nelle prime composizioni ( Seminatore di candide leggende di Bacia la soglia della tua casa. I); ("Fame [. . .] ne' tu uncini" de La fame, scritta nel '22; e "affogar la fame" in 'Zingaro' del '18), rivela un sontuoso corredo lessicale, non escluse le preziose magnolie ("Ti scolpiro' sul petalo d' una magnolia" ne I semi della luce di Bacia la soglia della tua casa, II), e riconduce ad un puntuale riferimento alla scrittura, dannunziana, appunto, e non solo a quella lirica, che colora anche le metafore ("il marmo de la carne" ne La lussuria, di Bacia la soglia della mia casa, II) . Forse per la strutturazione de ll fanciullo canuto puo' avere influito anche la descrizione dannunziana degli storpi intorno alla carrozza di Giorgio e Ippolita ne il Trionfo della morte; certo e' pero' che il montaggio della figurazione della fame, piu' volte riproposta nella poesia del giovane Quasimodo tradisce le sue derivazioni, insieme con i mendicanti e le bestemmie, da alcune descrizioni di Terra vergine ("con l'avidita' di un cane famelico" [nella novella Bestiame]); oppure de il libro delle Vergini("Ella aveva fame, ella aveva fame [...] Era la fame canina [...] Quando dal forno di Flaiano saliva nell'aria l'odore caldo del pane, Giuliana chiedeva; chiedeva con un accento da mendicante famelica" [nella novella Le Vergini]; o anche di Asterope ("Per l'anima delle creature che hanno spasimato di fame a ogni capo della strada" [La preghiera di Sernaglia, 62]); e delle numerose ricorrenti griglie di Maia ("la fame in agguato" [Laus vitae] e del Canto novo, IV ("A me picchia ne il ventre la fame").

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