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Giuseppe Savoca
Conclusioni

Rispetto all'amico Mazzamuto sono largamente svantaggiato in quanto non posso leggere cio' che non ho scritto a casa. Sono venuto a Modica perche' conservo uno splendido ricordo del primo convegno (1984) e perche' i lavori di questo secondo si annunziavano (come in effetti poi sono stati) di grande interesse. In questa citta' ci sono delle intelligenze molto acute, alle quali incombe la responsabilita' di far si che Quasimodo continui a vivere nella sua Modica. Si legge spesso, nelle biografie quasimodiane, che Quasimodo non e' nato a Siracusa, come egli stesso dichiaro piu' volte, ma a Modica. E la cosa e', ovviamente, talmente vera che non mi pare sia il caso di dedurne la conclusione che i biografi in genere ne traggono: e cioe' che Quasimodo mentiva per presentarci la propria vita in una versione nobile, ideale. In realta', dicendosi siracusano, Quasimodo non alterava i dati della sua biografia perche', quando egli nacque (1901), Modica non dipendeva da Ragusa (che divenne provincia solo nel 1927), bensi' da Siracusa. A buon diritto dunque il "siculo greco" di Modica poteva presentarsi come siracusano. Ed e' a pieno titolo che Modica onora il suo poeta.
A parziale giustificazione della mia "impreparazione" odierna, vi diro' che negli anni che vanno dall'84 all'88 ho lavorato abbastanza su Quasimodo, sia direttamente che per interposta persona, con studenti e laureandi. Cosi', ad esempio, ricordo tesi sulla traduzione del Vangelo secondo Giovanni, sulle versioni da Catullo, da Shakespeare, dai lirici greci. Voi penserete: ma che c'e' di nuovo da dire sul tema cosi' abusato dei lirici greci di Quasimodo? Ebbene, Quasimodo e' un poeta cosi' complesso che c'e' sempre spazio per nuovi studi, e certamente anche questo convegno e' una riprova della sua vitalita'. Io penso che nelle prossime edizioni di questo incontro modicano occorrera' coinvolgere ancora di piu' i giovani.
Nella tesi sui lirici greci che ho appena ricordato, ad esempio, una mia bravissima allieva ha scoperto delle cose di cui non si sono accorti i molti studiosi di Quasimodo traduttore, i quali tendono a ripetere giudizi che altri hanno dato. Sviluppando l'ipotesi che qui a Modica avevo avanzato per il Catullo quasimodiano, e cioe' quella della mediazione di traduzioni precedenti, questa giovane studiosa ha scoperto che Quasimodo traduceva i greci, rapportandosi ovviamente all'originale, com'era sempre giusto, ma avendo anche sott'occhio delle traduzioni latine. I piu' anziani forse ricorderanno che una volta si faceva il salutare esercizio di tradurre dal greco in latino, e che ci sono delle antologie della lirica greca con versioni latine. Quasimodo, con un pizzico giustificabile di astuzia, non cita mai le antologie del Lavagnini, del Cammelli, del Landi, in cui c'erano delle versioni in latino dei lirici greci che chiaramente egli teneva presenti per le sue versioni. E dico questo non per diminuire la grande originalita' di Quasimodo, ma solo per arricchire il quadro della sua laboriosita', per entrare un poco nell'officina del poeta e del traduttore.
Di questo convegno non voglio ne' posso fare un bilancio: mi basta rilevare soltanto l'ampiezza degli interventi, che spaziano tra l'analisi testuale, l'interpretazione concreta e l'astrazione filosofica offertaci stasera da Pietro Mazzamuto. Alla fine, un convegno deve dare, come questo da', un'idea di prospettiva, di movimento degli studi. E' molto significativo che il convegno abbia esplorato un ampio spettro di problemi che vanno dalla riflessione sul dato testuale a quella sul significato culturologico, ideologico ed esistenziale dell'opera e della poesia di Quasimodo.
Se mi consentite, vorrei fare uno sbilancio, non so se la parola sia ammessa, e cioe' una sorta di prospettiva, di proiezione di questi lavori modicani nel futuro. La domanda che ci dobbiamo porre e' se ha un futuro la poesia e se ha un futuro la poesia di Quasimodo. Io ritengo che l'una e l'altra ce l'abbiano, e che questa garanzia di futuro, ci sia data, per quanto riguarda Quasimodo, da due condizioni: la prima e che egli continuera' ad essere attuale se di lui si interessano i giovani. Alcuni dei relatori di oggi sono dei giovani; ma ci sono ancora altri giovani studiosi che non sono venuti alla ribalta e che bisogna incoraggiare; in questo senso ritengo che il Centro nazionale di studi su Salvatore Quasimodo debba e possa fare un'opera di promozione e di incoraggiamento, magari istituendo biennalmente un premio per una tesi di laurea, se e' vero che Quasimodo e' un autore abbastanza studiato nelle universita' italiane.
La seconda, non secondaria, condizione e che a Modica si parli e ci si interessi di Quasimodo e si continui sulla strada intrapresa. Sia chiaro che io non voglio fare un discorso razzista a rovescio, ma mi pare sia il caso di riportare, per certi aspetti, Quasimodo al sud: "Piu' nessuno mi portera' nel Sud", dice il poeta, ma egli e' gia' nel sud, parte dal sud e al sud ritorna. E' "il poeta di Modica": questa definizione l'ho letta nel programma di questo convegno scritto da Orazio Galfo; ma lo stesso sintagma lessicale si legge negli studi di uno dei critici avversi alla poesia quasimodiana qual e' Ramat. La stessa espressione e' pronunziata con intenzioni distinte e contrastanti: orgoglio e pregiudizio, direi.
E qui credo sia da ricordare Montale, che scriveva: "E' curioso pensare che ognuno di noi ha un paese come questo, e sia pur diversissimo, che dovra' restare il suo paesaggio, immutabile; e' curioso che l'ordine fisico sia cosi' lento a filtrare in noi e poi cosi' impossibile a scancellarsi". Montale, in altri termini, ci dice che il paesaggio nel quale nasciamo e viviamo ce lo porteremo dentro per sempre, e ineliminabile dalla nostra visione del mondo; possiamo girare il mondo, andare agli antipodi, ma saremo sempre condizionati da questo centro di attrazione che e' il nostro paesaggio originario, iscritto quasi a livello del codice genetico. In Quasimodo tutto questo, cioe' il senso della sua terra, e' fortissimo. E dico questo perche', se, come ci insegna Tacito, la storia va fatta "sine ira ac studio", e' ora che si abbandonino insieme orgoglio e pregiudizi verso "il poeta di Modica", e che ci si dedichi invece, come questo convegno dimostra, allo studio vero, e cioe' al lavoro paziente, serio, riposato, che poi magari culminera' in qualche nuovo convegno. Ma diciamo che fra un convegno e l'altro ci dovrebbe essere, come in parte c'e', come sarebbe meglio ci fosse ancora con maggiore continuita', una intensita' sotterranea di studio che poi consentira' sicuramente un avanzamento delle conocenze.
Il primo convegno ha riguardato il cosiddetto ermetismo di Quasimodo, il secondo la sua fase post-ermetica. Per restare nell'aura filosofica di questa sera, si potrebbe dire che il primo convegno potrebbe essere visto come la tesi e il secondo come l'antitesi di un discorso.
Ma questa sarebbe una opposizione fittizia; una delle trappole in cui puo' cadere la critica quasimodiana e' proprio quella della postulazione di una divaricazione oppositiva tra un Quasimodo prima maniera e un Quasimodo seconda maniera, che rinnegherebbe le sue stesse origini. Se questa e' l'opinione anche di autorevoli quasimodisti, per parte mia ritengo che sia auspicabile un terzo tempo, un momento di sintesi in cui si restituisca a Quasimodo la sua piena storicita', e cioe' il senso della sua evoluzione e della sua complessita'. In questa prospettiva, l'attesa di un terzo momento di riflessione e' legittima, salvo poi a ricominciare il ciclo, perche' nella poesia non esiste nessuna interpretazione definitiva, non ci sono testi che non si possano rileggere, rimettere in discussione e riconsiderare nel quadro di un'analisi che guardi da un lato agli aspetti personali, concreti di una singola carriera poetica, e dall'altro a quello che e' il panorama storico, il quadro di riferimento letterario e culturale nel quale ogni poeta si iscrive. E devo dire che questo secondo aspetto, cioe' il rapporto di Quasimodo con la tradizione e con il proprio tempo, e' quello meno noto. Qualcuno ha osservato che il secondo Quasimodo e' meno studiato del primo; e su cio' si puo essere d'accordo. Ma bisogna convenire che tanto il primo quanto il secondo Quasimodo (ma sarebbe meglio dire che esiste un solo Quasimodo) sono poco storicizzati. La mia impressione e' che noi non conosciamo abbastanza quali siano i rapporti di dare e avere tra Quasimodo e il suo tempo, e, ad esempio, tra il siciliano e la poesia ermetica fiorentina (ci sarebbe da vedere se egli non abbia insegnato molto all'ermetismo fiorentino, anche con quella che e' stata la sua attivita' di traduttore).
Mi pare resti, tra l'altro, da definire meglio, non soltanto il contesto nel quale opera Quasimodo, ma anche quale tradizione culturale egli si costruisca e si ricostruisca anche con le sue traduzioni. Credo che il tradurre fosse il principale mestiere di Quasimodo: ma nella sua scelta c'era anche una specie di progetto, che gli consentiva di disegnarsi una sorta di albero genealogico. Occorre, a mio modo di vedere, individuare la tradizione che si e' costruita Quasimodo cercando di vedere unitariamente la sua opera di poeta e la sua attivita' di traduttore per mettere poi in rapporto il suo albero genealogico con quello che, per esempio, si e' costruito Ungaretti.
Ci sono degli autori che sono degli idoli per l'uno e per l'altro: penso a Petrarca, a Leopardi. Ma ce ne sono altri che l'uno ha, rispetto all'altro, quasi in esclusiva. Allora c'e' bisogno di uno sforzo di approfondimento, di studio che ci mostri in che senso Quasimodo si ritenesse un poeta nuovo. Qui e' il punto: se noi andiamo a studiare Quasimodo nella sua poetica e nei suoi interventi di tipo teorico e polemico, ci accorgiamo che la categoria che egli rivendica costantemente a se stesso e' quella della novita'. Per molti della generazione tra gli anni trenta e quaranta il poeta nuovo per eccellenza e' proprio Quasimodo. E forte di questa auto ed eterodefinizione, Quasimodo se la prendeva con gli altri poeti e traduttori, diventando polemico. Non e' senza significato che uno dei poeti a cui egli si richiamava fosse proprio Catullo, poeta e traduttore, e poeta novus come il siculo greco di Modica.
In questo convegno e' stato citato abbondantemente Oreste Macri' del quale ho qui sul tavolo la monografia quasimodiana, esemplare per metodo e acume. Non piu' di due mesi fa ho ricevuto una telefonata in cui Macri' mi diceva: "Savoca, ti raccomando Quasimodo".
Non riuscii subito a capire che cosa significasse questa esortazione proveniente da uno dei massimi critici quasimodiani. Dopo qualche battuta compresi cosa intendesse dire Macri'. Eravamo reduci da un incontro fiorentino nel quale si era parlato di Montale in occasione della presentazione della mia concordanza e Macri', che a Firenze aveva partecipato attivamente alla discussione, mi chiedeva di elaborare la concordanza delle poesie di Quasimodo. Per me e' un grande esempio di civilta' e una lezione di umilta', che un critico che ha scritto una monografia, eccellente anche sul versante dell'analisi lessicale e testuale, riconosca che si possa andare ancora oltre, partendo da uno spoglio lessicale completo. Provocato da questa telefonata di Macri', ho guardato rapidamente alcuni giudizi critici dei maggiori quasimodisti, da Anceschi, il quale nel '37 parlava di un "breve dizionario poetico", a Solmi, che nel '42 diceva quella di Quasimodo "poesia scarna e immediata in cui piu' che l'immagine, piu' che il verso, l'organismo costitutivo, la cellula elementare e' la parola". E Flora nel '51, in Quasimodo: preludio sul lessico della poesia d'oggi, insisteva sulla ricerca quasimodiana del mito del vocabolo. Quello di Flora e' un titolo interessante, perche' ci fa capire come nella preistoria, ma anche nella storia, nell'apertura della poesia novecentesca ci sia una novita' di lessico che e' ascrivibile a Quasimodo.
Questa novita' noi la conosciamo poco; da qui l'invito che il critico Macri' mi faceva e che mi trova del tutto consenziente: e' ora che si renda l'omaggio di una concordanza alla poesia di Quasimodo. Il che non significa che noi esauriremo il segreto della sua poesia, ma certo, disponendo di una concordanza integrale, sapremo quali parole Quasimodo poeta abbia scritto.
Musarra citava Rilke: e' sua una bellissima immagine che paragona il poeta a un danzatore che cozza contro i muri della cella in cui, come ogni uomo, egli e' prigioniero. Il tentativo del poeta e' quello di scrivere, con le dita insanguinate, quelle che Rilke chiama le linee non vissute del proprio corpo. Ogni poeta scrive qualche messaggio sulla cella della prigione in cui e' chiuso. Ora, le parole di Quasimodo non sempre e non tutte le conosciamo. Mi permetto di elencarvi alcune di queste parole in ordine decrescente: il sostantivo piu' frequente in Quasimodo e' terra (parola ben tipica di Quasimodo se la sua prima opera si intitola Acque e terre) . Seguono morte, acqua, notte, amore, cuore, tempo, giorno, vita, albero, aria, vento, luce e cosi' via. Sapere questo che cosa ci dice sulla poesia? E' una chiave, una introduzione alla poesia, e noi dobbiamo alla poesia questo servizio di umilta', perche' la poesia poi ci risponde. Io provo una grande emozione quando leggo la vera poesia contemporanea; stasera mi e' stato detto che sentiremo delle poesie di Quasimodo recitate dallo stesso poeta, e cio' ci dara' certo una intensa emozione.
Ricordo quello che diceva Leopardi (la cosa per me vale anche per Quasimodo): "di un pezzo di vera contemporanea poesia si puo' dire quello che lo Sterne diceva di un sorriso: e cioe' che esso aggiunge un filo alla trama brevissima della nostra vita".

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